#2 Quando la radio va in manicomio...
Da poco più di un mese la redazione di Psicoradio ha un propria sede: l'ex manicomio Roncati, al centro di Bologna.
In questa puntata dello Psicodiario vi raccontiamo il trasloco, la gioia di avere, dopo molto tempo, un luogo tutto nostro dove lavorare e soprattutto la soddisfazione e il timore di riutilizzare un ex ospedale psichiatrico.
Entrare e uscire liberamente da stanze che hanno visto letti con le cinghie e altri sistemi di contenzione è una vittoria per ogni persona. Imparare a far radio e ad esprimerci in maniera autonoma e competente è una nostra vittoria che ci piace condividere.
Per più di un anno la redazione Psicoradio, in attesa di una propria sede, è stata ospite di un centro diurno del dipartimento di salute mentale, in via Abba .
In una piccola biblioteca, un'unica stanza piena di libri che servivano benissimo come insonorizzazione, ci intimavamo a vicenda il silenzio nel momento delle registrazioni, e cercavamo di concentrarci ognuno sul proprio computer nel momento del montaggio. Per trovare un po' di privacy abbiamo invaso le altre stanze del centro, con i nostri computer sul tavolo da ping pong o sulle scale. La nostra consolazione erano le pause caffè (caramelle) con gli energici vecchietti del centro anziani sotto la sede, che ogni venerdì friggono le crescentine, e chiamavano le ragazze della radio "bimbe".
La domanda ricorrente era: quando avremo una sede tutta nostra? .
In una giornata di novembre la risposta è arrivata: “Ci hanno assegnato una sede, è l'ex manicomio Roncati! Magnifico!”. Erano due grandi stanze nell'ex reparto degenze. Dovevamo, per motivi logistici, trasferirci subito.
Per paura che la decisione tanto attesa non si concretizzasse, abbiamo organizzato immediatamente il trasloco, con le nostre sole forze, braccia e auto comprese. Il giorno successivo alcuni di noi si sono dati appuntamento in quella che sarebbe diventata la nuova “casa” di Psicoradio per arredare le stanze, gli altri sono andati a svuotare la vecchia. Eleonora ricorda con un po’ di nostalgia la nostra vecchia regia-redazione-aula-sala riunioni vuota, senza microfoni e fili sparsi per terra. Quell'unica stanza rimaneva piena di libri, ma sembrava comunque vuota senza di noi e tutto il nostro materiale sparso.
I primi pensieri di chi è entrato nella nuova sede, ancora completamente vuota, ancora tanto ex-manicomio, in un buio pomeriggio di novembre, sono stati contrastanti.
Fabio ha pensato: “Dio mio è vuoto” e qualcuno dovrà riempirlo, e sarà faticoso… Pero' non ha provato sensazioni particolari, non si poteva rendere conto esattamente di cosa era prima, perché non era mai entrato in un manicomio.
Invece Marco aveva vissuto molti mesi ricoverato in un reparto simile, e le sue emozioni sono state diverse: "La prima cosa che ho notato sono state le sbarre alle finestre; le sbarre danno la sensazione di costrizione, che non è mai piacevole. Le sbarre fanno paura e ti ricordano i momenti più brutti, quando sei al culmine della confusione, non vedi prospettive e tutto è buio". Pero' c'era anche la gioia di entrare in un’altra veste, non più come malato ma come aspirante radiofonico. E questo è stato molto piacevole.
Matteo è un operatore sanitario; dopo 15 anni che frequenta i reparti psichiatrici per lavoro forse ci ha fatto l' abitudine. Quella che non aveva mai visto, invece, era una "radio in manicomio".
Massimo è stato colpito dall'ampiezza della struttura: finalmente ognuno avrebbe avuto il proprio spazio per lavorare. Come tutti i luoghi abbandonati però, gli dava un senso di tristezza: i soffitti alti, i corridoi bui, i portoni con i chiavistelli... Sul momento faceva quasi paura.
Anche altri di noi sono stati turbati, le prime volte, dai fantasmi che questo luogo evoca, dall'orrore che sappiamo ha ospitato.
Per arredare la nuova sede abbiamo preso quello che rimaneva nel magazzino dell'ex manicomio. Cristina, la nostra direttrice, si è arrampicata (con i tacchi alti) su pile di letti di metallo, comodini, tavoli di formica polverosi, per scegliere le sedie meno sbrecciate e i mobili meno tristi, che Fabio e Marco trasportavano in redazione. Poi abbiamo fatto il giro delle stanze vuote per vedere se c'era ancora qualcosa di carino da "rubare"- uno specchio, un attaccapanni... L'insieme, stranamente, non è per niente cupo: anzi, sembra quasi modernariato.
Prima di tutto, però, abbiamo aperto gli scatoloni che avevamo portato su due auto stracolme. Dentro c'erano mixer, computer, microfoni… eravamo pronti per registrare.
La prima puntata dall'ex manicomio Roncati ci è sembrata un po' come la puntata zero di Psicoradio, realizzata esattamente un anno prima: l'audio da regolare, ogni microfono con un livello diverso e noi confusi dal luogo e dal suo passato…
Poco a poco, senza dircelo, stiamo trasformando la redazione in un pezzo di casa: ci sono arazzi tibetani alle finestre, la teiera per le pause, il tavolo rotondo per i dibattiti (comprato usato in internet) e i giornali che parlano di noi appesi alle pareti.
Ma i soffitti da camerata ospedaliera dell'800 sono altissimi, e provocano un'eco strana che provvisoriamente abbiamo cercato di attutire riempiendo la stanza con gli scatoloni del trasloco. Così la sala registrazione, ancora senza il classico vetro divisorio, sembra un po' un deposito o la casa di un clochard. E, per ora, i bagni sono senza chiavi e l'arredamento molto ospedaliero: fuori dalle porte ci sono addirittura delle luci rosse di richiamo per il personale medico. Noi però non vogliamo eliminarle: ci stiamo attrezzando, quelle luci presto verranno coperte da cartelli con su scritto ON AIR e quando si accenderanno non sarà più per chiamare gli infermieri ma per non fare entrare disturbatori in sala registrazione. Dove comandiamo noi!
Ma questa è un'altra storia, e avremo tempo di raccontarvela.
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