Morituri te salutant


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2 febbraio 2010

Ci risiamo. Mancano poco all’inizio del Festival di Sanremo (la sessantesima edizione) ma è già da tempo che è iniziato il chiacchiericcio. La notizia del giorno è che la logica che governa il Festival (che malgrado tutto resta la principale manifestazione canora italiana) non è cambiata di una virgola: l’importante è che se ne parli. Che la musica si fotta. Perdipiù, la trovata promozionale di quest’anno, quella pensata per iniziare ad attizzare il fuoco e a produrre la prima copertura mediatica, è stata riciclata dalla passata edizione, come si fa per i regali natalizi in tempi di recessione: si chiama Povia. Dicono sia un cantautore. E’ uno che ancora s’illude che scrivere canzoni a tema sia una strategia vincente. E così stavolta Povia ha annunciato un testo sul caso di Eluana Englaro. Grande notizia. Ha detto bene Dario Salvatori, che in tv ha parlato di “gratta e vinci della canzone”: l’anno scorso l’omosessualità (che evidentemente in un Paese come l’Italia è ancora scottante argomento da prima pagina), oggi l’eutanasia e il testamento biologico. Magari funziona, avrà pensato il ragazzo. Ma è inutile sprecare fiato su Povia, che è solo l’utile idiota di turno, uno dei tanti che per tutto l ‘anno tacciono in irreversibile coma creativo, e poi improvvisamente si svegliano a poche settimane dal Festival.
Il nodo vero sta altrove, a monte. Sta in quelle stanze ai piani alti, nelle quali si traccia la linea, si decide la strategia, si fissano gli obiettivi pubblicitari e di audience. E in quelle stanze è stato deciso che all’edizione 2010 troveremo le solite idee di sempre, ad esempio la strana coppia formata da Pupo ed Emanuele Filiberto: potremo non sentirci degli idioti, davanti allo schermo? Ci dicono che dobbiamo stare tranquilli, perché le canzoni di quest’edizione sono bellissime, canzoni importanti, canzoni che rimarranno. Sinceramente, abbiamo fondati motivi per dubitarne. Per sperare in canzoni destinate a rimanere dovremmo prima di tutto disporre di autori, parolieri, compositori, arrangiatori di nuova generazione e di primo livello. Ce ne sono pochi in giro, e tutti se ne stanno alla larga del Festival.
Ma ci sono gli interpreti, direte voi. Certo, gli interpreti si buttano via, li vendono a pacchetti a prezzo di saldo, soprattutto da quando la macchina dei talent-show ne sforna in quantità industriali. Solo quest’anno, in gara, ce ne saranno tre. Il fatto singolare è che stiamo allevando legioni di cantanti che non hanno canzoni da cantare: i dischi pubblicati quest’anno dai quattro o cinque nuovi eroi lanciati dalla tv, se non sbaglio, sono farciti di cover. Quella italiana sta sempre più diventando una musica di facce, non di canzoni. Proprio quella logica perdente che a partire dagli anni 80 ha spinto i consumi in basso, avviando la crisi che oggi sta velocemente strangolando l’intero sistema della musica in Italia. Ma questo è tutto un altro discorso, e andrà approfondito. Dicevamo, Sanremo appaltato a X Factor e Amici? Potrebbe essere un’idea (televisiva), ma allora andrebbe sviluppata fino in fondo, con spregiudicatezza, con tanto di selezioni feroci, giudici assatanati in cattedra e spietate eliminazioni. Sarebbe divertente, perlomeno. Tanto, s’è capito, a noi italiani la musica e le belle canzoni non interessano più. Abbiamo altro a cui pensare. Ci piace invece il sangue, vogliamo sentire l’eccitazione bestiale dell’arena, i grandi che cadono nella polvere e la folla in delirio che reclama il pollice verso. Facciamolo al Colosseo, il prossimo Sanremo, che magari a vederlo ci vengono anche gli americani con i voli charter. Un Sanremo imperiale. Tanto nel Basso Impero ci siamo già da un pezzo.

(musica leggera.org)

 


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