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2 gennaio2010
Innanzitutto la notizia.
“Almeno la metà delle canzoni trasmesse dalle
radio dovrà essere italiana. A proporlo è il
sindaco di Milano, Letizia Moratti, da qualche giorno entrata
nel Popolo delle libertà come responsabile delle Politiche
sociali . «È la mia prima iniziativa politica
per il Pdl – spiega il sindaco – Ho intenzione
di valorizzare la musica italiana e i suoi artisti, con una
particolare attenzione ai talenti emergenti, seguendo il modello
già presente in Francia».
«Radio Lombardia, in maniera del tutto volontaria, ha
già aderito. Spero lo faranno anche altre emittenti
– aggiunge la Moratti -. Credo che questo possa aiutare
davvero un settore a innovarsi e dare concretezza ai sogni
di tanti ragazzi, che in questo momento non hanno lo spazio
necessario per esprimersi.
Parliamo sempre di investimenti per i giovani: ecco, io credo
che questo sia un bell’investimento nella cultura».
Inizialmente il sindaco aveva parlato di un 30 per cento di
spazio riservato alla musica italiana, poi invece si è
corretta.
La legge francese riserva il 50 per cento ai suoi artisti,
di cui almeno il 10 per cento ai giovane. Per la Moratti l’Italia
dovrebbe fare altrettanto, magari aumentando la percentuale
riservata ai giovani al 20-25 per cento”.
Inutile dire che mi sembra una proposta assurda e un clamoroso
errore. Innanzitutto perchè l’esperienza francese,
a mio avviso, non è delle migliori. Avete mai provato
ad ascoltare a lungo una radio francese? E’ talmente
piena di musica francese mediocre da risultare sistematicamente
noiosa. Il motivo è semplice: le radio sono obbligate
a trasmettere “musica francese”, non “buona
musica francese”, quindi la media dell’offerta
generale è medio-bassa.
E’ vero, certamente, che la produzione francese è
cresciuta da quando c’è la legge, e che quindi
per i musicisti francesi l’obbligo è una manna,
con una maggiore promozione la musica francese vende di più,
circa il 55% del mercato.
Vado a memoria, quindi smentitemi se avete dati certi, ma
non credo che in Italia, allo stato attuale delle cose, la
musica italiana venda molto di meno, senza aver bisogno di
alcuna legge.
E poi c’è un dato inevitabile: ogni radio è
un azienda editoriale, e dovrebbe poter avere la libertà
di scegliere che musica trasmettere, senza essere obbligata
da quote di un genere o di un altro, per legge.
Non mi sembra, nonostante ami la Francia e la sua democrazia,
che proteggere la musica nazionale per legge, con quote, sia
uno strumento culturalmente sano.
Forse lo è economicamente, e dico forse perchè
non sono certo neanche di questo. E poi, mi chiedo, perchè
nessuno dei politici si è mosso quando una dopo l’altra
tutte le case discografiche italiane diventavano filiali di
una multinazionale, compresa la Ricordi? Come mai ora? Di
sicuro non abbiamo bisogno di una legge in più che
ci imponga di ascoltare musica italiana.
(Repubblica.it)
Propongo l’articolo di Repubblica che in parte condivido
anche se credo che qualche protezionismo nazionale (di cui
studiare modi e termini ) sia utile per la rinascita della
nostra musica.
Forse più che una legge che imponga una percentuale
di musica italiana, sarebbe più opportuno elargire
dei premi e delle gratificazioni, a chi si fa garante di una
programmazione di qualità, con una particolare attenzione
nei confronti del prodotto nazionale, ma la qualità
non passa soltanto attraverso la musica…
Che fine hanno fatto i radio documentari, i reportage, gli
sceneggiati radiofonici, il grande varietà?
E’ attraverso un incremento di tutti questi settori
che la radio può mantenere una posizione di autonomia
e privilegio culturale.
Francesco Anzalone
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