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3 febbraio 2010
Quella dei radiofonici
italiani è una categoria che merita rispetto. Sono
arrivati alla dimensione commerciale e privata a partire da
quella pirata e libera..."ma libera veramente"!
I più fortunati hanno varcato la soglia nazionale,
altri si sono fermati a quella locale. Tutti, comunque, hanno
contribuito a fare la storia. E che storia! Dispiace molto,
oggi, vedere che in certi casi di questo spirito nobilissimo
ed eroico non sia rimasto proprio nulla. Girovagando per le
redazioni locali, per esempio, capita di scoprire delle situazioni
a dir poco desolanti dove la sete di profitto vince su tutto.
Una di queste è l'agenzia radiofonica Grt, una cooperativa
di giornalisti che fornisce giornali radio a qualche decina
di emittenti locali abbonate.
E' da un po' di tempo che si parla
di questa realtà nata qualche anno fa da una costola
di Area. Non in termini positivi, diciamolo subito. Sapore
ottocentesco, medioevo, puzza di provincialismo: queste -
dopo una rapida ricerca partita da Acquasparta - sono risultate
le metafore maggiormente
utilizzate per definire quella che pare una sorta di landa
desolata dove non esistono diritti e deontologia. Negli ultimi
mesi si contano due licenziamenti e una trentina di provvedimenti
disciplinari - privi di fondamento - all'indirizzo di quasi
tutti i soci giornalisti che vi lavorano. Guadagnano mille
euro al mese, sono giovani e motivati, ma da ormai un anno
vivono un
incubo. Tutti i giorni. Hanno paura. Denunciano il rischio
di altri imminenti licenziamenti, indipendentemente dalla
resa al microfono o da esigenze di bilancio (che comunque
è in attivo).
Tutto è nato grosso modo un
anno fa quando la dirigenza ha reagito in modo sempre più
violento alla richiesta - legittima - dei soci lavoratori
giornalisti di essere coinvolti realmente nella gestione della
cooperativa. La dirigenza si è opposta in tutti i modi
a questo malsano disegno. Lo ha fatto, e
lo farà ancora, per proteggere l'egemonia e i circa
400 mila euro che arrivano, ogni anno, dritti dritti dalle
casse dello Stato (fondi pubblici all'editoria). Prima regola:
la legge a Grt la fa il vertice di Grt. Così, statuto
e regolamento alla mano - degni di regimi totalitari per come
mortificano i diritti dei soci lavoratori -, chi non è
in sintonia con lo spirito può anche accomodarsi fuori.
Fondamentali a questo fine i numerosi nuovi soci creati negli
ultimi mesi. Sulla loro legittimità - messa in dubbio
dai soci originari - si attende il giudizio della magistratura
a cui i lavoratori si sono rivolti anche per avere il permesso
di visionare i libri societari (un diritto elementare). Intanto,
però, consegnando le deleghe a chi di dovere, il voto
dei nuovi soci è preziosissimo per l'approvazione di
qualsiasi provvedimento in sede assembleare.
Piazza pulita, dunque! Perché
trovare soluzioni editoriali alternative? La dirigenza, nell'ultima
assemblea, ha affermato più o meno apertamente che
questo sarà l'obiettivo per i prossimi mesi. E c'è
da crederci! I licenziamenti ci sono stati, e il direttore
lo aveva predetto profeticamente. Adesso in cima alla lista
nera c'è lei, la 'passionaria', la coordinatrice di
redazione, ritenuta l'anima della rivolta. Hanno assoldato
un vicedirettore 'con licenza di uccidere', l'hanno già
sollevata dall'incarico e gli hanno fatto fuori il suo pupillo
(licenziato il giorno del suo esame da professionista!). Prima
di
lui è toccato ad un altro facinoroso, punito in modo
esemplare per i suoi ritardi. Ancora ritardi, imprecisate
forme di insubordinazione, mancate scuse, scarsa affectio
societatis - che starebbe a significare mancanza di fedeltà
al feudo -, irriverenze di varia natura e altre amenità
del genere.Questi i contenuti delle contestazioni che originano
provvedimenti disciplinari e quindi il licenziamento. Una
sorte che toccherà anche ad un'altra piccola grande
donna della redazione. Prima o poi, purtroppo. Altro che pirati
dell'etere! Questa è la moderna editoria locale!
Il sistema è infallibile. I
guadagni sono assicurati. Seconda regola. A procurarsi la
materia prima è lui, l'egregio direttore - reparto
fanteria - operante a distanza da Bolzano e protagonista di
tante performances brillantissime tese soltanto a far perdere
le staffe ai suoi malcapitati interlocutori. Tanto per cominciare
ha censurato la redazione intimando - pena dure sanzioni -
di non riportare le notizie sull'inchiesta di Bari sul presunto
giro di escort a Palazzo Chigi. "Quella non è
una notizia", pare che abbia avuto il coraggio di dire.
Di fronte alle lamentele dei redattori, invece, ha tagliato
corto: "Il direttore sono io, e si fa come dico io. Altrimenti
quella è la porta". Una versione alpina di Minzolini?
Magari!!! La sua specialità è la spiegazione
delle parole pronunciate dal premier, non perché i
redattori siano imbecilli ma perché sono "disonesti
intellettualmente", per utilizzare le sue
parole. Per questa strada l'infelice equivalenza di Berlusconi
"meno extracomunitari, meno delinquenza" diventa
- con tanto di certificazione direttoriale - "meno immigrati
clandestini, meno delinquenza".
Non meraviglia che il direttore sia
finito al centro di un'indagine del suo Ordine professionale
di appartenenza. Ugualmente non meraviglia che il caso Grt
sia finito al centro di una recente interrogazione parlamentare,
firmata da esponenti di ambo gli schieramenti, in cui si chiede
a Governo e Ministeri competenti di intervenire sui finanziamenti
elargiti a questa realtà. Spiace, però, e non
poco, che nel settore radiofonico locale circolino liberamente
personaggi del genere. E non si tratta di beghe fra litiganti.
I risvolti della vicenda sono preoccupanti, se visti dalla
prospettiva di un giornalista che subisce quotidianamente
certe angherie. A Grt si registra l'assenza di qualsiasi progetto
editoriale degno di tal nome. E sono indifendibili le barricate
di fronte ad una generica richiesta di trasparenza. Quella,
almeno sulla carta, è una cooperativa. Proprio in quanto
cooperativa prende soldi pubblici. Tecnicismi a parte, non
dovrebbe esserle permesso di trattare in
questo modo i suoi soci. Sono uomini e donne, persone in carne
ed ossa, credono nel lavoro che fanno. Per uno stipendio magrissimo
- come previsto dal neorinnovato contratto Aeranti Corallo
- si svegliano tutte le mattine alle 5, qualcuno anche alle
4. E' la squalificazione umana e professionale, che supera
l'idea stessa di precariato. La loro è un'esperienza
fin troppo significativa.
Andremo a fondo. Prossimamente su questo sito.
LA CHIAVE
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