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30 settembre 2010
La radio digitale ci riprova. Dopo
il fallimento del primo tentativo, quello del Dab negli anni
90, gli operatori tentano ora di calare l’asso vincente.
Con nuove tecnologie: Dab+ e Dmb (Digital multimedia broadcasting).
Quella che si propone è una radio per certi aspetti
molto diversa da quella tradizionale.
Una radio da «sfogliare», come dicono i suoi sostenitori.
Che viaggia anche su Internet, per ascoltare emittenti dall’altra
parte del mondo o per scaricare i podcast dei programmi preferiti
già andati in onda. E che comunica senza fili con il
pc di casa per farci ascoltare la musica preferita.
Una radio anche «a colori», con schermi «touchscreeen»:
li tocchi con un dito e si mettono in azione. Altro che le
vecchie radio Geloso a valvole, o il transistor con cui il
babbo seguiva il calcio minuto per minuto.
In teoria tutto bello, ma la partita presenta diversi punti
critici. Il primo è l’avvio effettivo di un altro
digitale, quello televisivo terrestre. Da tempo si attende
l’abbandono della vecchia tv analogica per passare al
nuovo sistema.
Quando ciò avverrà, col fatidico "switch
off" (spegnimento dei vecchi trasmettitori), le frequenze
VHF, comprese tra i 174 e i 240 MHz, la banda III, si libereranno
e saranno occupate dalle nuove radio, che affiancheranno quelle
tradizionali in Fm.
Però per la tv ci sono dei problemi tecnici. Là
dove le onde televisive emesse da trasmettitori diversi si
incontrano, se non sono esattamente sincronizzate mandano
in tilt la ricezione.
Visione "spezzettata" e innalzamento della pressione
dello spettatore, sono le conseguenze. Gli ingegneri stanno
studiando la questione, insieme ad altre. Ma i mesi passano
e gli operatori della radiofonia che aspettano il loro turno
sono sempre più furibondi.
L’altro problema sono gli apparecchi radio. Inutile
trasmettere programmi mirabolanti, se nei negozi non si trovano
i ricevitori capaci di tradurli in suoni per le nostre orecchie.
È già successo con il sistema Dab (digital audio
broadcast) e Drm (digital radio mondiale). Per risolvere l’inghippo
l’Ard (Associazione per la radiodiffusione digitale)
ha pensato di cercare aiuto nel Regno Unito. I britannici
sono i più avanzati al mondo nel settore. E qui hanno
trovato udienza alla Pure, azienda leader nel digitale.
La Pure ha accettato di predisporre nove dei propri modelli
radio per il mercato italiano, che arriveranno in autunno.
Una radio di questo genere potrà ricevere sia in Fm
che in digitale e, nei modelli superiori, potrà collegarsi
senza fili al computer o a Internet. Inoltre si sta lavorando
sul fronte delle autoradio: l’obiettivo è avere
ricevitori che a seconda delle zone possano "inseguire"
l’emittente preferita sia in Fm che sul digitale.
E in digitale raccogliere informazioni
sul meteo e sul traffico, magari da trasferire al navigatore
perché le elabori.
In attesa che la tv si trasferisca e che arrivino le "radioline"
l’Agcom, l’Agenzia per le telecomunicazioni ha
predisposto un regolamento per l’accesso alle nuove
frequenze. E si continua con le trasmissioni sperimentali
limitate in poche aree del Paese.
Due vedono la collaborazione tra Rai Way e Aeranti-Corallo
(che associa le emittenti locali radio e tv) e sono in corso
a Bologna e Venezia. Vi partecipano la Rai e 19 radio locali
in Emilia e 17 in Veneto. A Roma invece Rai Way collabora
con le grandi emittenti nazionali.
Quali i vantaggi della radio digitale? Audio di qualità
(come quello di un compact disc), interattività, più
servizi, più contenuti anche multimediali. Inoltre
ci si augura che possano essere sintonizzate anche radio diverse,
o con programmi diversi, dalle Fm, per evitare un doppione,
di cui nessuno sente la necessità.
Resta un’incognita: in questa fase di crisi quanti privati
sono disposti a investire in nuove tecnologie al di fuori
delle aree più ricche? Il rischio è che si riproponga
un’Italia a due velocità. Anche nell’etere.
(Avvenire)
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