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21 febbraio 2009
Lhasa - Si intensificano
le manifestazioni e gli scontri tra tibetani e polizia per
le celebrazioni del capodanno (25 febbraio) e per la ricorrenza
del 50 esimo anniversario dalla “rivolta fallita”
Una radio che fornisce in modo accurato
e puntale notiziari quotidiani ai quei Paesi asiatici i cui
governi vietano il libero accesso alla stampa indipendente.
È questa la missione di Radio Free Asia, un’emittente
nata nel marzo del 1996 da un’idea dell’ex presidente
Richard Richter, sotto l’egida del Broadcasting Board
of Governors.
Radio Free Asia ha il suo quartier generale a Washington e
offre quotidianamente un servizio di breaking news che si
articola con giornali radio in 9 differenti lingue e dialetti,
tra cui il Mandarino, il Tibetano, il Cantonese, il Khmer
cambogiano. L’emittente può contare sul lavoro
coordinato di 6 uffici, localizzati nelle principali capitali
asiatiche quali Hong Kong, Taipei, Bangkok, Phnom Penh, Dharamsala
(India) e Ankara.
“Il nostro lavoro?- si domanda il presidente fondatore
Richard Richter - Molto semplice: quello di portare news e
informazioni sul proprio Paese a quelle popolazioni alle quali
è vietato dai governi locali l’accesso all’informazione
libera”.
In una vignetta comparsa sul China Daily il 27 gennaio 1997
Radio Free Asia è rappresentata come “Il gentleman
dalla lingua lunga”, un signore di mezza età
elegantemente vestito, con papillon e occhialini tondi, ma
con una lingua tanto lunga e biforcuta da forare il microfono
e attraversarlo. Un’immagine emblematica del concetto
cinese di informazione non governativa in casa propria.
Radio Free Asia porta alla ribalta proprio in questi giorni
il problema del decennale contenzioso Tibet-Cina. Dall’inizio
di febbraio gli scontri tra polizia e gruppi di manifestanti
per l’indipendenza della regione sono diventanti sempre
più frequenti, con arresti e incursioni di guardie
armate in case, locali e fin sotto i templi.
Per il Tibet questo è un momento storico gravido di
profondi significati politici e religiosi: la tensione di
questi giorni è in parte dovuta all’avvicinarsi
della ricorrenza di più date legate alla memoria di
avvenimenti importanti per la regione, non per ultimo il capodanno
tibetano, che quest’anno cade il prossimo 25 febbraio.
“Alcuni tibetani qui a Pechino – spiega a IdeeRadio
Beniamino Natale, corrisponde Ansa dalla Cina - dicono che
c’è molto l’aria di boicottare le celebrazioni
ufficiali per il capodanno di Lhasa, come gesto di silenziosa
protesta per un momento drammatico in cui non vi è
nulla da festeggiare” Ma non solo, il prossimo mese
di marzo saranno ricordati i 50 anni dalla fallita rivolta
dei tibetani contro i cinesi nel 1959, a seguito della quale
il Dalai Lama vive in esilio nella città indiana di
Dharamsala. Inoltre ricorre il 14 marzo l’anniversario
della rivolta che lo scorso anno infuriò per le strade
della capitale, diffondendosi ben presto fra le comunità
tibetane che abitano le regioni cinesi più occidentali
nelle province di Gansu, Sichuan e Qinghai.
La tensione dunque è più che mai alta in questi
giorni: un video diramato su facebook mi informa sulla capillarità
del controllo territoriale da parte delle forze armate cinesi,
che riescono ad ingaggiare conflitti a fuoco con inermi monaci
tibetani in fila indiana sulla cresta di una montagna, ad
oltre 5 mila metri di quota.
“Sembra siano state prese severe misure di sicurezza
in una serie di aree – dice Beniamino Natale - a Lhasa
e in altre 3 zone a popolazione tibetana. Nel Sichuan è
scoppiata la settimana scorsa una rivolta alla quale sono
seguiti 20-25 arresti”. “ Altri colleghi giornalisti”
continua il corrispondente dell’Ansa “hanno tentato
di raggiungere il monastero di Labrang, teatro di violente
proteste lo scorso anno, ma sono stati fermati e obbligati
a tornare indietro”.
Il quotidiano web Times online riferisce che poliziotti, sia
in divisa, sia in borghese, assieme a membri della Polizia
Armata Popolare, dall’inizio di febbraio hanno iniziato
a compiere rastrellamenti nelle case da tè frequentate
dai giovani tibetani.
In un appello lanciato in rete dai tibetani si legge: “Per
piangere i morti del 2008, i molti eroi che hanno sacrificato
le loro vite, in segno di vicinanza a tutti i tibetani, non
dobbiamo festeggiare il nuovo anno ma, a mani giunte, dimostrare
la nostra solidarietà”.
Nella provincia del Qinghai intanto i messi governativi hanno
già iniziato a far firmare documenti alla popolazione
in cui si dichiara la propria astensione da qualsiasi forma
di protesta violenta. Nella provincia di Gansu invece il governo
ha fatto distribuire a tutti gli impiegati statali tibetani
fuochi d’artificio per un valore di 100 yuan. Alla richiesta
delle autorità di farli esplodere sulle colline in
prossimità dei luoghi di culto molti tibetani hanno
risposto invitando la comunità a disattendere l’ordinanza.
Durante la scorsa settimana, il 10 febbraio, l’Italia
ha ospitato per una visita lampo a Venezia l’autorità
religiosa tibetana. L’occasione del viaggio del Dalai
Lama nel capoluogo lagunare è stata il conferimento
della cittadinanza onoraria delle città di Venezia
e Roma.
"La situazione in Tibet oggi è esplosiva"
ha commentato il Dalai Lama lanciando contestualmente un appello
a tutti i tibetani, invitandoli ad astenersi da azioni violente
contro la Cina. E proprio in Cina la cordialità dell’Italia
non è passata di certo inosservata: l’ambasciatore
cinese a Roma Jang Yu si è detto profondamente rammaricato
per i premi conferiti al Dalai Lama, chiedendo al governo
italiano di prendere immediate misure per “rimediare
al danno apportato alle relazioni tra i due Paesi”.
Per l’ambasciatore Jang Yu le parole e le azioni del
Dalai Lama dimostrano che questi non è solo una figura
religiosa, ma un uomo politico impegnato in attività
secessioniste con la scusa della religione.
Non che forse l’Italia allontani lo spettro di una Cina
aggressiva sui mercati internazionali e nazionali (ormai esiste
una classe media borghese in cui si identificano anche molte
famiglie cinesi residenti in Italia) dietro allo spauracchio
Tibet? Forse per cercare di non capire la Cina ci nascondiamo
dietro la causa tibetana? È la conclusione a cui giunge
Francesco Sisci, corrispondente da Pechino per La Stampa e
per la rivista di geopolitica Limes nel suo nuovo libro uscito
alla fine del 2008, edito da Utet: “Cina Tibet Tibet
Cina”.
“Esistono dei problemi reali che l’Italia ha con
la Cina” – osserva con IdeeRadio Francesco Sisci
– “Il Tibet diventa così il modo per esorcizzarli
e non vederli. È meglio non nascondersi dietro al dito
tibetano”. C’è un problema molto presente
su cui l’Italia deve riflettere, avverte il corrispondente
de La Stampa: “La Cina a casa nostra. Se non avessimo
questo timore della Cina, forse il problema tibetano sarebbe
considerato con un’altra passione”.
Secondo l’analisi condotta da Sisci, l’Italia
e molti Paesi occidentali hanno un’idea sbagliata di
quello che il Tibet rappresenta per la Cina e del problema
Tibet in senso lato. Un dato oggettivo è quello che
descrive il rapporto tra estensione del territorio e numero
di abitanti: il Tibet si estende per ¼ del territorio
cinese ed è popolato da 6 milioni di persone. “Quale
stato al mondo concederebbe ad una minoranza così esigua
un territorio così grande?” si chiede Sisci.
Il contenzioso Cina-Tibet è di natura sia religiosa
che politica, ma non è facile disgiungere i problemi
per affrontarli separatamente, perché in un certo qual
modo si fondono insieme.
Luca Papperini
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