4 febbraio 2009
Si chiama Auditorio
Stelio Molo, sta nella sede della Radio Svizzera di lingua
italiana a Lugano, ci hanno suonato orchestre di rinomanza
mondiale, anche perché è un auditorio vero:
risuona con eleganza.
Ma in questo caso, entrando, ti danno delle cuffie.
E già è straniante, com'è straniante
assistere ad uno spettacolo radiofonico unico e dal vivo (questa
volta la radio ti impone delle immagini? Questa volta la radio
ti minaccia con una testa piena di microfoni galleggiante
sul soffitto?).
Indosso la cuffia e penso di estraniarmi.
Invece entro, entro dentro.
Entro nella storia che vedo muoversi
grazie ad attori bravissimi su di un palco minimale, entro
in un testo magistrale.
La tridimensionalità del suono (olofonia?) non è
altro che un amplificare la tridimensionalità insita
nella stereofonia (e quella testa galleggiante piena di microfoni
aiuta assai).
Tolgo la cuffia e ascolto il suono del palco: è quasi
monofonico, non esistono più gli ambienti, la profondità.
Rimetto la cuffia: sono tornato dentro e vedo con le orecchie.
Di fianco a me un altro spettatore chiude gli occhi, sta guardando
i suoni, non è l'unico, probabilmente lo stanno facendo
tutti ma non lo
so: ho chiuso nuovamente gli occhi.
Muoversi stando fermo, sentire chi
bisbiglia alle mie spalle e percepire gli spazi, il colore
di quella camicia e il taglio di quei capelli e pure quel
profumo e quella puzza.
Percepire gli spazi è un termine architettonico, e
il suono si muove negli spazi e li crea: gli spazi del tempo
dell'emozione e pure del silenzio che si rivela spazio e non
assenza.
Ad occhi chiusi, con solo l'aria del suono mossa dalla cuffia
alle mie
orecchie: vedo, vedo e sento tutto.
Se apri gli occhi e togli la cuffia
vedi attori bravissimi che recitano nel nulla. Rimetti la
cuffia e senti attori bravissimi che sono lì, dentro
di te, a raccontarti una storia turpe di speranza. E senti
i mormorii, gli spazi, gli odori di questa storia.
Apro gli occhi di nuovo (gatto curioso
che sono) e vedo un regista che dirige i sussurri aprendo
le ali. Chiudo gli occhi e vivo in un mondo e sento le ali.
È il suono che racconta tutto,
tutto attorno e pure dentro, è una bellissima canzone
che dura un'ora e che svergogna la morte da tanto ti rende
vivo.
gio.cleis
|