Somalia, il vespaio abbandonato di Luca Papperini


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1 marzo 2009

L’attività di Radio Simba in Somalia è quella di promuovere messaggi di pace e speranza disincentivando l’utilizzo dei mezzi di comunicazione come veicolo di propaganda dei conflitti etnici e politici interni al Paese. Radio Simba, una giovane emittente nata a Mogadishu l’8 luglio 2006 è impegnata nella lotta contro tutti quei media che in Somalia cavalcano l’onda di violenza diffusa nell’intero Paese per diffondere messaggi di odio e intolleranza e trarne un personale tornaconto. È in prima linea nella promozione di leggi volte a colpire quei mezzi di comunicazione che minacciano la democrazia e la libertà individuale, che vìolano i diritti umani o che incitano alla violenza. La redazione di Radio Simba conduce una sapiente pressione sul governo somalo affinché non acquisisca il monopolio d’uso della radio o metta le mani sul controllo dei mezzi di comunicazione.
Gli sforzi dei giornalisti di Radio Simba vanno nella direzione di stemperare l’odio che viene predicato con le guerre, attraverso i talk show ad esempio, e promuovere una cultura della pace che passi attraverso segni concreti, come la lotta per l’eradicazione della povertà e quella contro la piaga dell’HIV.
Il motto di Radio Simba è: “Free indipendent and responsible media in Somalia”. Secondo fonti sicure citate da Associated Press negli ultimi due anni in Somalia sono stati uccisi dodici giornalisti, ne sono stati arrestati 69 e 55 sono stati quelli espulsi dal Paese.

 

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Scorre ancora sangue per le strade di Mogadishu. Un gruppo di ribelli appartenenti alle brigate Al Shabaab ha sferrato pochi giorni fa un violento attacco contro le truppe di pace dell’African Union uccidendo in meno di 48 ore almeno 70 persone, tra civili e militari del contigente di pacekeeping. "I combattimenti hanno provocato la morte di 48 civili e il ferimento di altri 90 alla fine della prima giornata di agitazione", ha riferito alla Reuters Ali Yasin Gedi, vicepresidente del gruppo locale per la pace e i dirtti umani Elman. Solo pochi giorni fa un doppio attento suicida operato da due individui che avevano lavorato per il contingente africano ha causato la morte di 11 berretti verdi dell’Amisom (così chiamata la forza di pace dell’Unione Africana in Somalia) e il ferimento di altre 15 persone.
La ripresa delle violenze in Somalia è da attribuire all’ennesimo tentativo (il 15 esimo dal 1991) di instaurare una condizione di pace e stabilità in una regione dominata dai capi tribù e dai signori della guerra alle dipendenze delle Corti Islamiche, formazione fondamentalista sostenuta da Iran e Libia, zelanti nell’imporre un regime fondamentalista religioso.
Gli attacchi al contingente di peacekeeping sarebbero avvenuti all’indomani del ritorno in Paese del nuovo presidente somalo, Sharif Ahmed, islamico di ispirazione moderata, già all’opera per la formazione del nuovo governo di unità nazionale con la nomina pochi giorni fa a primo ministro del somalo/canadese Abdirashid Sharmarke, figlio di Abdirashid Ali Sharmarke, ultimo presidente democraticamente eletto nello stato del Corno d’Africa, assassinato nell’ottobre 1969. “Sono più ottimista sul futuro della Somalia di quanto non lo sia mai stato in questi anni” – dice ad Al Jazeera il professor David Shinn, esperto d’Africa presso la George Washington University. “La scelta di eleggere il primo ministro tra i rappresentanti del grande clan Darod è la scelta giusta per bilanciare l’influenza del clan Hawiye e della sua rete sul governo”, spiega il professore. “Credo che questa scelta consentirà di porre un freno alla spirale di violenze che attanaglia il Paese”.
Quando le Corti Islamiche conquistarono potere in Somalia nel 2006, Sharif ne prese il controllo, rappresentando l’ala moderata dell’organizzazione. La milizia degli Shabaab era allora sotto il suo comando. Il fatto che Sharif la scorsa estate abbia siglato un accordo con il precedente governo somalo per entrare a far parte delle istituzioni del paese ha provocato in un certo senso una frattura nel rapporto con le Corti Islamiche. La lotta oltranzista fa capo oggi ad un comandante di nome Aweys, che ha preso le distanze da Sharif, ribadendo che la sua intenzione è quella di portare avanti la lotta armata. “Sharif è stato eletto presidente in virtù della sua figura di ponte tra gli insorti e le istituzioni” – commenta con IdeeRadio Matteo Fagotto, PeaceReporter Africa - “Viene rappresentato da tutti come l’unico uomo che concretamente avrebbe in mano la possibilità di trovare una soluzione a questo conflitto. Al momento però non ce la sta facendo”.
“Il problema alla base –prosegue il corrispondente di PeaceReporter - è che il governo somalo necessita di risorse finanziarie per organizzare un esercito e una polizia efficienti e avrebbe bisogno di tempo per questo. Ma l’influenza degli Shabaab si starebbe velocemente diffondendo in tutta la parte meridionale della Somalia”.
Alcune città e interi villaggi nelle vicinanze di Mogadishu sono già caduti nelle mani degli Shabaab. Finiti sotto il controllo delle milizie anche i porti di Kismayo e Merca e le città di Huddur, Buloburte e Elbur. Occupata anche Baidoa, sede del Parlamento somalo di transizione e vicina al confine etiope.
Intanto in rete compare l’ennesimo messaggio del leader di Al Qaeda Al Zawahiri, intitolato “Da Kabul a Mogadishu”, in cui il medico jihadista esorta i miliziani a proseguire uniti boicottando il nuovo governo in formazione di Ahmad Sharif e incitando a sferrare attacchi kamikaze contro il contigente dell’Amisom. “La guerra santa non si deve fermare” dice nel messaggio Al Zawahiri.
“In realtà non è ancora del tutto provato che Al Qaeda abbia concretamente operato in Somalia” osserva Matteo Fagotto. “Ci sono state recentemente grida di allarme perché sembrava che la Somalia si stesse radicalizzando nell’importare un modello di Islam meno tollerante rispetto a quello che c’era in precedenza, però non è provato che Al Qaeda sia riuscita ad inserirsi” “Il problema è tutto interno alla Paese. La storia insegna che in Somalia non arriverà mai la pace se prima non si trova una riconciliazione fra i clan”.
L’Ufficio dell’Onu per gli affari umanitari (Ocha) lancia l’ennesimo appello: a causa di una serie di circostanze tra loro correlate, come l’assenza di piogge, i cattivi raccolti, il deprezzamento dello scellino somalo e le minacce contro le agenzie umanitarie, nei prossimi 6 mesi il numero di somali che avranno bisogno di aiuti alimentari raggiungerà i 2,6 milioni, ed entro la fine dell’anno salirà a 3,5 milioni.


IDEERADIO è un progetto di Francesco Anzalone per ARTICOLO 21