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25 febbraio 2009
Proprio nella domenica
appena trascorsa, mentre viaggiavo, ripensavo a questa ultima
edizione del Festival di Sanremo e, tra me e me… dicevo:
“certo, appena una manciata di anni fa si sarebbe detto
che al di la dei finalisti e dei vincitori, la successiva
vendita dei dischi avrebbe decretato il vero o i veri vincitori”.
Due esempi su tutti ed entrambe risalenti al periodo degli
anni ’80: “Ancora” cantata da Eduardo De
Crescenzo nel 1981 e l’anno immediatamente successivo
“Vado al massimo” di Vasco Rossi.
Due canzoni sanremesi che ancora oggi, “vendono”.
Certo, non sembra ma sono passati più di 25 anni e
da allora le sorti della discografia, soprattutto italiana,
sono funestamente mutate e non solo per “colpa”
di Sanremo. Quelli erano anche anni in cui il successo di
una canzone non derivava solo dalla partecipazione a Sanremo
ma altri eventi offrivano spazi altrettanto interessanti.
Ma torniamo all’oggetto dei tanti e più o meno
scontati dibattiti di questi ultimi giorni.
Credo che oggettivamente e non solo perché è
a detta di tutti, questa edizione n. 59 firmata da Bonolis
e Laurenti, sia stato un autentico successo.
Peccato che a determinare questo successo non siano state
le canzoni (o i cantanti), ma gli stessi conduttori e cioè
Bonolis e Laurenti… senza dimenticarci di Benigni e
qualche altro ancora. E’ stato indubbiamente un successo
di ascolti e di gradimento. Ma quanto abbia inciso e pesato
la canzone italiana oggetto e motivazione del festival, non
è dato sapere e credo che le magrissime vendite che
ne seguiranno (ma spero veramente di sbagliarmi), confermeranno
le cose che di seguito vengo a sottolineare.
Il festival di Sanremo oramai è solo uno spettacolo
ad uso e consumo della sola televisione. Malgrado i grandi
strombazzamenti che ha fatto Bonolis sulla musica rimessa
da protagonista al centro del festival direi che l’epicentro
del festival è stato soprattutto lui con il fedele
Laurenti… e aggiungo inoltre, meritatamente. Tutto,
ma veramente tutto, se provate a ripensare a come il meccanismo
degli interventi e delle uscite era sapientemente coordinato,
è stato tale solo ed esclusivamente in funzione del
conduttore. E comunque devo ammettere che la conduzione del
festival è stata la cosa sicuramente migliore, la più
gradevole e spettacolare.
Bonolis si è in qualche modo servito della musica per
catalizzare meglio gli ascolti ed ha avuto, televisivamente
parlando, la geniale idea di innescare una sorta di sarabanda
dove è riuscito a garantirsi la partecipazione di un
certo numero di personaggi che, chi per un motivo o per l’altro,
con Sanremo non vogliono avere molto a che fare.
Per chi non lo sapesse, il meccanismo di selezione delle nuove
proposte di quest’anno, la dice molto lunga su questi
fatti. Il criterio applicato, infatti, consentiva una maggiore
possibilità di accesso quanto maggiore fosse stato
il personaggio cosiddetto “padrino” eventualmente
coinvolto; come dire: “ma che ci frega della canzone,
vediamo chi porta come nome!” E questo contando anche
su un aspetto che dovrebbe essere logico, e cioè che
magari un nome di livello non si dovrebbe spendere in “padrinaggi”
di cattiva qualità.
Attenzione, non è che bastasse solo avere un “padrino”
qualsiasi, occorreva anche che questo “padrino”
fosse una faccia televisivamente spendibile nel senso di molto
conosciuta. E’ un fatto che a un bravo cantautore (che
tra l’altro ha partecipato come autore di un brano),
gli sia stato impedito di partecipare cantando la sua canzone…
la motivazione è stata che, malgrado la sua carriera
ed i successi ottenuti… non aveva partecipato in questi
anni a nessun reality come “La fattoria” o cose
simili. Che sapesse cantare veramente e che avesse una gran
bella canzone, alla fine, non ha avuto la benché minima
importanza.
Il Festival di Sanremo non è più (da tempo),
il festival della canzone italiana ma una opportunità
per la televisione per disporre di un evento che gli serve
solo a creare attenzione a vantaggio dell’auditel e
per l’incamerazione di sempre maggiore pubblicità.
Ma questo è di fatto il mestiere di un uomo di spettacolo
come Bonolis e lui, il suo mestiere, lo sa fare benissimo.
Peccato che al bicchiere tanto pieno di Bonolis non corrisponda
il bicchiere tanto vuoto della musica del festival. Il momento
qualitativamente migliore è stato quando, un signore
che si chiama Burt Bacharach, con i SUOI arrangiamenti, ci
ha fatto sentire che cosa significa scrivere canzoni vere.
Tutto il resto è stato, per quanto riguarda i vari
“padrini” un ripescaggio di brani di qualche decennio
fa che mi ha fatto tanto pensare a quali siano le major che
detengono di fatto la maggior parte del catalogo musicale
italiano… e che naturalmente devono continuare a venderlo;
i cosiddetti big in gara mi hanno completamente deluso: costruzione
musicale di qualità bassissima e sbiascicate idee di
testi tirate giù solo per provocare una certa attenzione…
niente che il giorno dopo si possa ricantare – per il
gusto di cantare o fischiare una canzone – o fare semplicemente
con una chitarra.
Forse l’eccezione va sollevata per Fausto Leali ma anche
per Niki Nicolai con Stefano di Battista che almeno hanno
provato ad andare in una certa direzione… è solo
che sono fondamentalmente dei grandi virtuosisti e purtroppo
smarriscono la regola che è insita anche nel jazz…
un motivo popolare.
La risposta in questo senso ce l’ha consegnata uno dei
veri grandi musicisti italiani e cioè Lelio Luttazzi.
Ed è vero che Le cose appena un poco migliore le hanno
offerte proprio le nuove proposte. Ma secondo me sono da salvare
solo i brani cantati da Arisa e Karima.
Il resto è il nulla più totale e la colpa non
è solo del festival o solo di Bonolis.
Qualcuno dice che tanto ormai il festival serve solo a vendere
le serate quindi non importa la canzone ma il personaggio
da far vedere. E’ probabile che oramai sia proprio così…
e infatti osservate bene alla fine chi ha vinto, ma soprattutto
da dove viene, da dove nasce questa “vittoria”.
Per il bene della musica italiana e di quel che poco che resta
dell’impresa musicale italiana, bisognerebbe che il
Festival tornasse ad essere veramente il festival della canzone
italiana e non il contenitore di intrattenimento tra un spot
e una promozione o una televendita..
Bisognerebbe innanzi tutto che i blasonati membri delle commissioni
selezionatrici siano rispettati e non fossero più umiliati
a firmare scelte (fatte da altri) e assolutamente determinate
da secondi interessi, ma bisognerebbe anche che gli stessi
si rifiutassero di firmare in cambio di una manciata di quattrini,
nel rispetto anche di se stessi.
Bisognerebbe che si ripartisse o si ritornasse alle canzoni…
alle canzoni vere, quelle che emozionano indipendentemente
da chi le canta, quelle canzoni italiane di cui troppo spesso
ci vergogniamo, sbagliando, e che sono invece la vera essenza
della musica leggera.
E’ sulla musica leggera e sul concetto e sull’idea
di musica leggera che dobbiamo un momento soffermarci ed interrogarci
(e questo soprattutto per quanto riguarda i produttori e i
discografici).
Troppo spesso ci siamo richiusi nella torre della canzone
impegnata, del rock come espressione ma di cui non siamo assolutamente,
tanto meno culturalmente, i naturali figli. La canzone italiana
è una piccola alchimia di regole fondamentali: semplicità,
bellezza armonica (e melodica), popolarità ed emozionalità.
A riprova di ciò, per tutti quelli che arricciano il
naso a questi riferimenti, voglio portare ad esempio, tra
le tante, altre due canzoni che hanno partecipato al Festival
di Sanremo degli anni ’70, e sono “L’arca
di Noè” scritta e cantata da Sergio Endrigo (1970),
e proprio “Piazza grande” scritta e cantata da
Lucio Dalla (1972).
Provate a rileggere le parole dei testi e a riascoltare, anche
da sole, la linea melodica e armonica di questi brani…
e poi ne riparliamo!
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