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13 aprile 2009
Carnaby
street è morta, Austin Powers è morto e neanche
la swinging London si sente tanto bene. La City non è
mai stata lontana come oggi dall'identità forte e brillante
degli anni 60. Le vie della moda cedono il passo ai negozi
multietnici di Brick Lane, i mitici 007 al servizio di sua
Maestà sono stati sostituiti dall'occhio vigile delle
telecamere che monitorano piazze e strade, lo spirito ribelle
della città fa i conti con le severe leggi antiterrorismo
e l'austerity imposta dalla crisi. Ma la musica è rimasta.
Le canzoni dei Beatles e dei Rolling Stones che hanno accompagnato
il boom economico e culturale della capitale inglese sono
per sempre nel suo Dna. E basta un film che ricordi l'urlo
liberatorio di allora, dando l'illusione di poter riportare
le lancette dell'orologio indietro almeno per un po', perché
torni la febbre del rock. Sarà che una parte di città
è stanca di ascoltare il requiem dei politici, sarà
che ha fatto il pieno di economia con il vertice G20, sarà
la nostalgia dell'età dell'innocenza, ma da quando
la settimana scorsa è uscito nelle sale cinematografiche
The Boat That Rocket, la storia d'emittente privata Radio
Caroline che negli anni Sessanta trasmetteva da una nave ancorata
lontano dalle acque territoriali del Regno Unito per evitare
le leggi affatto rock-friendly del governo britannico, Londra
non parla d'altro. Locandine dovunque, i tabloid temporaneamente
dimentichi di Amy Winehouse per inseguire i protagonisti (tra
cui Bill Nighy, Kenneth Branagh, Rhys Ifans, Nick Frost, Emma
Thompson), le vetrine dei negozi spruzzate di foulard dai
colori pastello e minigonne vere alla Mary Quant. Anche i
dj della Bbc, che allora erano dalla parte opposta della barricata,
sono stati contagiati e capita di sentire più spesso
del solito Satisfaction e Imagine. Il film, diretto da Richard
Curtis, lo sceneggiatore di Notting Hill e Quattro matrimoni
e un funerale passato alla regia, arriverà in Italia
il 12 giugno con il titolo di Radio Rock Revolution, è
sufficiente però dare un'occhiata al trailer su Youtube
e ai messaggi che l'accompagnano per farsi un'idea del bisogno
di alzare il volume e perdersi nel ritmo. La festa è
ancora lì. «Dovevano essere anni fantastici»
dice l'attrice ventitreenne Gemma Arterton, una delle interpreti,
sorseggiando un cocktail chiamato Dirty Marianne sul divanetto
della Terrazza Martini al Louise Blonin Institute di Hammersmith,
a sud ovest della City. Come tutti gli ospiti del party organizzato
in occasione della prima, indossa un abito d'epoca, corto,
celeste, a trapezio, suggestione di un mondo di cui lei, nata
nell'era dell'ipod, ha sentito solo parlare. Poco distante
il Beatle Paul McCartney, in giacca nera abbottonata alta,
è talmente parte del tabloid sixty che fatichi a notarlo.
Cosa gli è piaciuto in particolare del film? «La
musica». Ossia la sua. Radio Caroline è il simbolo
della sfida pacifica alle regole. Fu Roman O'Rahilly, un giovane
irlandese appassionato di rythm&blues che sarebbe diventato
il manager dei Rolling Stones e di Alexis Corner, a lanciare
l'esperimento nel 1965 attrezzando di studio e trasmettitori
una nave battente panamense ancorata al largo del mare del
Nord. Sognava gli Stati Uniti di Voice of America chiamò
la sua creatura Caroline come la figlia del presidente John
F.Kennedy, ucciso l’anno prima a Dallas. Dopo tre settimane
di vita, The Boat That Rocket aveva superato l'emittente di
stato, la potente Bbc, conquistando 7 milioni di ascoltatori
al format all-music, ventiquattr'ore su ventiquattro. Il governo
inglese accusò il colpo e nell’estate del 1967
varò una legge repressiva durissima: Radio Caroline
resse botta ma dopo aver sfidato per un quarto di secolo l'etere
di Sua Maestà si arrese nel 1990 all'invasione delle
radio private. Era la fine di una leggenda ma anche la sua
trasformazione in storia. Oggi la musica è libera di
raccontare lo spirito del tempo. Sarà per questo forse
che proprio adesso gli inglesi sentano forte la nostalgia
del passato. I giovanissimi guardano indietro agli anni '80
da cui sono riemersi gli Spandau Ballet, gli altri vanno più
lontano e basta una commedia perché si lascino contagiare
dalla febbre del rock.
(la stampa.it)
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