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22 agosto 2009
L’attuale
quadro tecnologico vede la radio digitale ingolfata per quanto
attiene la diffusione terrestre ma in larga evoluzione quanto
a formati webcentrici. Come noto, il DAB-T (Digital Audio
Broadcasting – Terrestrial), termine che dovrebbe definire
ogni formato tecnologico digitale diffuso con impianti terrestri
(quindi non ammettendo il satellite, il cavo ed il web), ma
che è finito per identificarsi con la sottospecie Eureka
147 (tecnica risalente a livello progettuale agli anni ’80
ed ampiamente sperimentata, con assoluta indifferenza dell’utenza,
dalla metà degli anni ’90 fino ai primi anni
del nuovo millennio), consta allo stato di varie soluzioni.
Esse, parlando ovviamente solo dei formati più importanti
e quindi tralasciando tecniche esoteriche, sono: DMB, DRM,
HD Radio/IBOC, DAB+, FmeXtra. Nessuna di queste, allo stato,
ha goduto di un oggettivo riscontro positivo da parte dell’utenza
paragonabile ad altre tecnologie consolidate in altro ambito,
come Sat Tv o DVB-T e DVB-H. Il motivo del fallimento della
radio digitale terrestre è, in verità, molto
semplice e si fonda sul fatto che l’attuale offerta
in modulazione di frequenza è già considerata
più che soddisfacente per varietà e qualità
(di contenuti e di suono), sicché non vi sarebbe ragione
per l’utente di effettuare investimenti per dotarsi
di tecnologie numeriche per ascoltare i medesimi prodotti
analogici. D’altra parte, anche il quadro interferenziale
che ha caratterizzato negativamente per decenni l’etere
italiano si è notevolmente ridotto a seguito degli
interventi spontanei (nel senso di non imposti dal regolatore)
di compatibilizzazione, razionalizzazione, ottimizzazione
delle reti attuati a far tempo dal 1990. Indizio che l’insuccesso
della radio digitale terrestre non andrebbe ricercato nella
tecnologia bensì nella mancata domanda del mercato,
si rinviene anche nell’analoga sorte subita dalla radio
digitale satellitare (ci si riferisce alla diffusione satellitare
diretta, cd. DAB-S, e non alle emittenti domiciliate su piattaforme
sat tv), con le esperienze dei provider statunitensi Sirius
e XM, recentemente fusisi e giunti ad un passo dalla bancarotta.
Del resto, il richiamo a presunti contributi integrativi (dati,
informazioni, immagini, interattività) offerti dalla
radio digitale terrestre (o satellitare) trova tiepida risposta
dagli ascoltatori per il semplice fatto che tali apporti sono
già ampiamente e più proficuamente disponibili
attraverso Internet. Affine segno della plausibilità
di tale asserzione si rinviene nell’insuccesso del digitale
televisivo terrestre in termini di assimilabile fornitura
sussidiaria (dati, informazioni collaterali, con la sola eccezione
dei programmi interattivi strumentalmente e strutturalmente
legati alla particolare trasmissione e non già al mezzo
tv in generale) nonché dallo stato di disinteresse
dei telespettatori verso quelle prestazioni suppletive che
fino a pochi anni fa si erano elevate nelle abitudini di ciascuno
di noi (Televideo, Teletext).
Altro punto debole per l’evoluzione della radio digitale
terrestre è ovviamente costituito dall’assoluta
assenza di un parco ricevitori immediatamente disponibile.
La condizione è estremamente rilevante in termini di
opportunità di business, poiché alla presenza
di costi enormi per la creazione di centri trasmittenti, che
quand’anche condivisi in forma consortile dagli attuali
editori radiofonici comporterebbero investimenti ingenti per
una copertura dignitosa (nel senso di capillare) del territorio,
non corrisponde la certezza di un’utenza, sia per il
citato scarso interesse alla migrazione tecnologica, che,
soprattutto, per l’assenza di ricevitori di massa. E’
quindi di naturale percezione che qualsiasi tecnologia per
la ricezione della radio in tecnica digitale per avere successo
non potrà prescindere da due condizioni essenziali:
immediata disponibilità di ricevitori a basso costo
ed elevate prestazioni (come per i decoder della tv digitale
terrestre, che pure ha un formato unico e quindi condiviso)
e investimenti relativamente contenuti per la distribuzione
del prodotto editoriale (infrastrutture tecniche). E, a ben
vedere, la tecnologia che potrebbe conciliare i fattori di
tale formula di sviluppo già esiste: è la telefonia
mobile, che nei paesi evoluti raggiunge un utilizzo oscillante
tra il 60 ed il 99% della popolazione (rappresentazione grafica
di seguito: Mobile phone use world2 fonte Wikipedia). A riguardo
e nel dettaglio, considerato che il ricambio tecnologico degli
apparati in tale ambito è notevolissimo, è sensato
attendersi che nell’arco di un quinquennio almeno il
50% degli attuali utilizzatori di cellulari sarà dotato
di apparecchi in grado di connettersi al web gratuitamente.
Proprio il web, ormai la principale fonte di approvvigionamento
informativo (nel senso ampio del termine), sta progressivamente
diventando anche il collettore dei contributi radiotelevisivi,
sia per la fruizione online che in podcasting. Nel merito,
sulla scorta degli ultimi dati resi noti dagli istituti di
ricerca, oltre il 20% degli italiani ascolta già la
radio anche su Internet, grazie anche al superamento delle
difficoltà iniziali connesse ai limiti di accesso contemporaneo.
Naturalmente ciò non significa che quel 20% abbia abbandonato
l’ascolto tradizionale in FM, quanto che gli utenti
abbinino le due modalità. Qualsiasi tecnologia DAB-T
(come detto, nell’accezione vasta del formato) non ha
mai raggiunto nel nostro paese nemmeno lontanamente l’1%
dell’utenza, limitandosi, nella migliore delle ipotesi,
a qualche migliaio di apparecchi riceventi. Il fatto, poi,
che, progressivamente, anche la telefonia mobile abbia virato
nella direzione del web (tecnologia Voip ed apparecchi di
massa quali: iPhone, Blackberry, ecc.), reca seco la conseguenza
che quella utenza, che già ha sperimentato con soddisfazione
la fruizione del resident streaming, possa progressivamente
impiegare i connettori portatili al web per il mobile streaming
delle radio preferite.
Del resto, se si osserva l’andamento del mercato dei
ricevitori radio evoluti, si scopre la tendenza dei costruttori
ad abbinare ad un sintonizzatore in modulazione di frequenza
(quale radio analogica) un modulo di ricezione digitale incentrato
non già sulle varie soluzioni DAB-T, bensì sul
webcasting (in pratica un ricevitore FM+WEB wi-fi).
La stessa Sirius-XM ha qualche mese fa rilasciato le applicazioni
iPhone per la ricezione, attraverso la infrastruttura cellulare,
dei contenuti delle proprie radio satellitari (si stima che
negli Stati Uniti gli utenti di iPhone siano 7 milioni e l'ascolto
dei canali tematici dell'operatore satellitare potrebbe rientrare
nei loro gusti). Anche il costruttore europeo Blaupunkt ha
ultimamente presentato due ricevitori radio che si connettono
via Bluetooth a un cellulare e trasmettono in streaming tutte
le stazioni online grazie a un Internet service 3G. Le due
autoradio lavorano l'Internet database MiRoamer per individuare
le stazioni disponibili in modo che in pochi click si possa
raggiungere l’emittente desiderata.
La circostanza che il maggior impegno degli operatori di telefonia
mobile mondiali sia quello di presidiare la fase di sviluppo
e gestione del wireless, inteso come accesso a Internet in
condizione di mobilità, è indicatore che il
mobile streaming e non già la tecnologia DAB-T sarà
l’approdo definitivo della radio digitale. La radio
numerica vedrà con ogni probabilità la consueta
diversificazione dei ruoli tra content e network provider,
ai quali siamo già stati abituati in ambiente web e
nella tv satellitare e digitale terrestre. Anche il regolatore
nazionale (Agcom), preso atto della descritta evoluzione tecnica,
sta orientando il proprio intervento normativo nella direzione
della neutralità tecnologica, stante l’impossibilità
di individuare preventivamente il futuro formato dominante
(cfr. relazione Annuale 2009 Agcom). Punto fermo, quindi,
sarà certamente la separazione netta (formale e sostanziale)
dei ruoli di operatore di rete e fornitore di contenuti. In
relazione a ciò, è indicativo il fatto che,
mentre per quanto concerne Internet e tv satellitare è
assodata la separazione dei ruoli (la gran parte dei content
provider non riveste il contemporaneo ruolo di Internet service
provider o di Sat provider), per quanto attiene la tv digitale
terrestre solo ora sta maturando il convincimento dell’opportunità
di mantenere distinti i compiti anche a livello imprenditoriale.
Le esperienze di comunione di ruoli sono, infatti, risultate
nel tempo infelici. Il comportamento tipico degli operatori
radiofonici italiani è stato sinora quello di sottovalutare
l’importanza dell’attività editoriale in
senso stretto (realizzazione dei contenuti) rispetto a quella
distributiva (infrastrutture di diffusione del segnale). Ovviamente,
ciò discende dal retaggio (o dalla congiuntura) della
trentennale, particolare, situazione italiana, nella quale
si è sviluppato un trading delle frequenze, trattate
come beni in proprietà e non meramente in uso, che
non ha corrispondenza in altri paesi, dove esse – come
è giuridicamente corretto – sono appannaggio
dello Stato che ne concede l’utilizzo per un arco temporale
definito (e non sostanzialmente illimitato come in Italia).
Prova degli effetti distortivi dell’anomalia italiana
si rinviene nello scarsissimo valore attribuito generalmente
alle imprese radiofoniche nel loro complesso rispetto al mero
valore degli impianti di diffusione ad esse asserviti. Nella
stragrande parte dei casi, infatti, l’azienda radiofonica
vale esattamente quanto i propri impianti, con ciò
implicitamente assegnando valore zero (o quasi) all’avviamento
editoriale.
In prospettiva, quindi, c’è da attendersi una
lunga fase di transizione (dieci/quindici anni) basata sull’esercizio
di attività editoriale radiofonica, in senso ampio,
in ambito analogico (identità di produttore di contenuti
e distributore degli stessi) e di content provider in ambito
digitale in sinergia con operatori delle telecomunicazioni
(network provider) garanti della distribuzione a fronte di
un canone che potrebbe anche trovare bilanciamento parziale
o integrale alla presenza di prodotti di qualità da
veicolare.
(newslinet.it)
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