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5 febbraio 2009
premessa
Il 9 ottobre 2008 Giancarlo Santalmassi,
dal 2005 direttore di radio24-ilsole 24 Ore, saluta gli ascoltatori,
ringrazia la sua redazione, l’editore (Confindustria)
e lascia la carica al suo successore Gianfranco Fabi, attualmente
ancora vice direttore vicario del Sole 24 Ore, uomo dal pensiero
così friedmaniano che lo stesso Milton Friedman si
scuserebbe per lui. Fin qui niente di nuovo: i direttori vanno
e vengono, avvicendamenti ai vertici o retrocessioni sono
conseguenze naturali in ogni luogo di lavoro, in virtù
dei propri meriti o demeriti. Quando il merito però
viene bocciato e la ricompensa è un siluramento (per
carità, si spera con un’ottima liquidazione)
si resta per lo meno perplessi.
Durante la direzione Santalmassi, radio24 ha aumentato i suoi
ascolti del 40%, oggi viaggia sui 2.113.000 utenti nel giorno
medio (dati audiradio 2008), risultato in crescita costante
dal 2005 (1.572.000 utenti). Peraltro, nel dettaglio regionale,
le aree in cui radio24 ha guadagnato più ascoltatori
sono quelle governate dal centro sinistra o storicamente orientate
a sinistra come la Toscana, l’Emilia Romagna, la Liguria,
il Lazio e non ultima la Puglia. Insomma un bel bottino per
un’emittente che per ovvi motivi è la cassa di
risonanza delle decisioni del mondo dell’economia, dell’industria
e della finanza, i cosiddetti “padroni”, se vogliamo
usare un termine antico.
Come Santalmassi sia riuscito a consegnare alla sua radio
un bacino d’utenza trasversale è, per me che
l’ascolto da un paio d’anni, abbastanza chiaro:
pur con la dovuta evidenza data alle ragioni del suo editore,
si respirava in radio24 un pluralismo di voci redazionali,
interventi di politici (maggioranze e opposizioni), di storici,
di sindacalisti e si dava rispetto e cittadinanza a chi chiamava
in radio per esporre il proprio pensiero.
I programmi di inchiesta non mancavano (uno su tutti Reporter
24), lo staff redazionale non era appiattito sulle tematiche
dell’economia per addetti ai lavori, ma anzi, laddove
possibile, dava risposte non eccessivamente precotte su argomenti
che toccano le tasche di tutti. Il modello di radio di servizio,
le trasmissioni con microfono aperto e ospiti di rilievo in
studio, a volte condotte dallo stesso Santalmassi, registravano
quote di apprezzamento che andavano dalla pensionata analfabeta
al chirurgo oncologico. E questo avveniva, a mio parere, perché
il direttore (in quota Montezemolo e Cipolletta allora rispettivamente
presidente di Confindustria e presidente del Gruppo Il sole
24 Ore) era dell’opinione che negare l’evidenza
o non informare i propri ascoltatori su manovre politicamente
ambigue o azzardate fosse una linea di condotta che chi fa
questo mestiere non deve permettersi.
E infatti, se ben ricordo, nel 2006 ci fu la prima scarica
di legnate su radio24 ed il suo direttore da parte dell’allora
presidente del consiglio Berlusconi, che dichiarò che
la radio di Confindustria attaccava il suo governo. Fu poi
la volta del nuovo premier Prodi che manifestò disagio
nei confronti di Santalmassi, rifiutandosi di partecipare
alla trasmissione “Una poltrona per due”, in cui
il direttore invitava ogni sabato mattina un “ospite
illustre” per intervistarlo. Pare che Prodi fosse preoccupato
dal modo non abbastanza compiacente con in cui Santalmassi
poneva domande ritenute pericolose (addirittura!).
Radio24 si espone in seguito e chiaramente a difesa della
proposta Air France sul fallimento Alitalia e denuncia la
vacuità un po’ pateracchiata della cordata annunciata
da Berlusconi in periodo elettorale. Il giudizio negativo
nei confronti della manovra industriale della CAI di Roberto
Colaninno e dei “salvatori” dell’italianità
resta un punto fermo di tutti gli spazi radiofonici in cui
si parla di Alitalia. Grave errore (peraltro condiviso col
direttore del Sole24 Ore, Ferruccio De Bortoli).
Considerato dunque troppo critico o addirittura provocatorio,
Santalmassi vede svanire il rinnovo del contratto in scadenza
ad ottobre 2008, guarda caso dopo l’avvento a capo di
Confindustria di Emma Marcegaglia (un pensierino su CAI ce
l’aveva fatto pure lei) e a capo del governo di Silvio
Berlusconi (che già possiede radio101 e, grazie alla
legge Gasparri potrebbe mettere le mani, con la sua Mondadori,
anche su Radiomontecarlo e su Radio105).
Che un editore si sbarazzi di un direttore di testata per
sceglierne uno più “adatto” ai tempi che
corrono, non stupisce né fa gridare allo scandalo,
è una legittima scelta, pur considerando amaramente
come tutto quel tesoro di ascolti accumulato in anni di buon
lavoro sul campo vada ora in dote e sotto le “cure”
di chi ancora oggi sventola la bandiera del libero mercato
come vessillo di democrazia perfetta e pari opportunità.
Il fatto che lascia a bocca aperta però è un
altro. Si tratta del silenzio.
Parlo del silenzio dei giornalisti; e non di quelli che lavorano
a radio24 ma di tutti gli altri, dei pari grado di Santalmassi,
di quelli che da sempre lo stimano (Ferruccio De Bortoli in
primis), parlo del silenzio delle testate più lette
del paese, da Repubblica al Corriere a l’Unità,
ma anche delle più piccole: non un articolo, non un
servizio Tv né in RAI né in Mediaset, nessuna
notizia, neppur letta di fretta, manco una parola nell’ultimo
infimo talk show di periferia. Lo zero assoluto. Lo stesso
Santalmassi, del resto, pare abbia saputo (si favoleggia?)
del proprio licenziamento su Dagospia.
Inquietante? Io dico di sì. Perché ad essere
silurato non è stato il direttore di RadioZumpappà
ma della radio del più importante gruppo di pressione
(insieme al Vaticano) sulle scelte del governo in Italia,
la Confederazione degli industriali, giocatore e al tempo
stesso arbitro di ogni partita in ambito politico, economico,
lavorativo, sociale e culturale.
Posso anche (ma mica tanto) accettare che niente sia stato
detto sul perché Santalmassi abbia perso il posto ma
che neppure sia stata riportata la notizia, mi mette in agitazione,
mi fa pensare al peggio, vale a dire che la notizia fosse
“troppo” interessante per sviscerarla. Forse all’epoca
(autunno scorso) c’erano ben più gravi siluramenti
da discutere: Flavia Vento rischiava d’essere cacciata
dall’Isola dei Famosi
Dio, fabbrichetta e famiglia
Ascoltando il neodirettore nelle
sue esternazioni ci sembra di leggere il Candido di Voltaire,
dove si descrive il migliore dei mondi possibili. Con capitalismo
e comunismo catastroficamente sbugiardati dalla storia, radio24
si affaccia al suo nuovo corso con ottimismo e vigore, che,
come dice Berlusconi sono la bacchetta magica che ti permetterà
di risolvere ogni problema e di possedere i due o tre telefonini
essenziali e quel paio di automobili che dimostrano quanto
l’Italia sia un paese benestante.
Radio24: la propaganda si sente
L’avvento di Fabi in ottobre non ha inizialmente portato
troppi cambiamenti nel palinsesto della radio, a parte la
cancellazione del dialogo con gli ascoltatori sino a quel
momento affidato a Bruno Perini, curatore della rassegna stampa
(pure lui defenestrato la settimana scorsa, per “calo
di ascolti” dice Fabi), che Fabi sostituisce inserendo
se stesso a colloquio con l’economista, il politico,
l’industriale di turno.
Dal 19 gennaio invece, si manifesta allo scoperto il disegno
ben armonizzato del nuovo palinsesto, in cui spicca la cancellazione
di un programma storico della radio, il Vivavoce sui fatti
d’attualità, ricco di ospiti di diverse idee
e corroborato dalle telefonate del pubblico che interagisce
in modo sostanziale col conduttore Alessandro Milan (redattore
sin dalla nascita di radio24 nel 1999) pronto a dare la parola
a tutti ma ottimo moderatore quando si tratta di contenere
lo sbraco del militante impazzito (sia onorevole che non).
Al suo posto dalle 9 alle 10, fascia oraria prelibata come
chiunque abbia lavorato in radio sa, si presenta Giuliano
Ferrara, voluto dal direttore Fabi per marcare definitivamente
il passaggio di radio24 da radio di servizio e informazione
tout court, aperta al dissenso, a radio megafono di sacerdoti,
governo e nobili principi (i suoi, di Ferrara).
Al conduttore di Vivavoce, oltre alla soppressione del programma,
viene conferita una “promozione” beffarda: “24
mattino”, uno spazio orario dalle 7.30 alle 9.00 in
cui gli è concesso nell’ordine: salutare e dare
il sommario della mattinata radiofonica, lanciare la rassegna
stampa (ora condotta a turno dai direttori o editorialisti
di testate giornalistiche importanti come Stefano Folli, mavà?),
riprendere la linea alle 8.15 dopo il gr delle 8.00 per passare
la parola alla collega che cura la nuova rubrica “Soldi
e dintorni” sino al gr delle 8.30, terminato il quale
Milan introduce Ferruccio de Bortoli (sì, proprio lui,
il direttore de Il Sole 24 Ore) che in “L’asterisco”
commenta l’argomento del giorno (dunque un credito in
più per De Bortoli). Verso le 8.35, infine, parte lo
spazio effettivo di Milan che, senza più telefonate
in diretta, commenta i fatti del giorno in 25 minuti scarsi
e con ospiti che oggettivamente non saranno mai più
di due o tre.
La pedina Ferrara irrompe on air con il barrito/sigla di “Parliamo
con l’elefante” che letta così sembra un
invito al dialogo, alla partecipazione (lasciate che i pargoli
vengano a me, che poi li sistemo io…) ma si rivela l’esatto
contrario (libertà di espressione formalmente garantita,
sostanzialmente negata). La formula consolidata da una fitta
schiera di giornalisti d’ogni area politica è
press’a poco la seguente: dapprima si introduce l’argomento
in discussione in modo neutro, si chiosa però il prologo
con un linguaggio ed un sapiente uso delle parole che già
indirizzano verso la conclusione “più giusta”
(secondo il conduttore) del problema. Per carità, tanto
di cappello all’arte retorica. Gli ospiti in studio
o in linea telefonica sono d’appoggio alle tesi di Giuliano
distribuiti proporzionalmente in due o tre a favore più
Ferrara e uno contro (quello al telefono, in genere). Gli
ascoltatori hanno ruolo marginale, lo spazio a loro dedicato
mi pare diminuito e il trattamento riservato da Ferrara a
chi chiama va in tre direzioni: la prima è quella dell’ascolto
compiaciuto verso chi sposa la tesi del conduttore, seguita
da calorosi saluti a lei e alla famiglia, la seconda è
quella riservata a chi non ha idee troppo chiare sull’argomento,
tipo “vabbè hai parlato, ora torna al tuo posto
di cretino qualunque” e la comunicazione viene chiusa
senza commenti, la terza è la nota risorsa del conduttore
in difficoltà quando qualcuno chiama per dissentire,
argomentando il proprio dissenso, e cioè disturbare
l’eloquio con interruzioni e chiudere la comunicazione
sbrigativamente, riassumendo l’intervento con omissioni
o enfasi su dettagli, manipolando concetti e testimonianze
convertendoli a suo vantaggio.
In una settimana di programmazione il nostro Giulianone è
riuscito a trasformare la professione giornalistica in banditore
di piazza (con tutto il rispetto per la categoria) impartendo
lezioni e dettami come segue:
Lunedì 19, intorno alle 9.45 ha aperto ufficialmente
la campagna elettorale di Silvio Berlusconi a presidente della
Repubblica. Sull’onda euforica delle celebrazioni americane
per il neo eletto Barack Obama, Ferrara, ospitando Cossiga
in veste di statista eccezionale, chiedeva suadentemente agli
ascoltatori “Non piacerebbe anche a voi avere un presidente
che…etc.”?. A questo quesito era giunto dopo una
strabordante piazzata sulle cattiverie dei palestinesi e la
giustificata reazione di Israele (bombardarne 1000 per ucciderne
uno, ‘che in fondo la colpa è loro che hanno
votato Hamas). Nessuna attenzione al problema delle guerre
asimmetriche, quelle moderne in cui la guerriglia viola le
regole internazionali e l’esercito regolare ormai fa
altrettanto e con tutta la maggior potenza di fuoco rade al
suolo intere città allineandosi allo stragismo terrorista.
Martedì 20 l’Elefante ci racconta una fiaba:
una ragazza (Eluana Englaro) si è addormentata (ha
morso la mela avvelenata? Si è punta col fuso malefico?)
e ora giace in attesa del suo destino accudita da suorine
misericordiose si prendono cura di lei, la portano a passeggio
(lo giuro, ha detto così) perché son buone e
la vogliono proteggere dal plotone d’esecuzione (la
parola plotone l’ha usata Ferrara) di quei sicari internazionali
della clinica di Udine autorizzati da un giudice sanguinario
(la corte di cassazione!) pronti a offrirle la soluzione dignitosa
(anche la parola “soluzione”, macabra evocativa
di “finale”, è scelta da Ferrara), “farla
morire, sopprimerla – dice Ferrara – per usare
il linguaggio della verità”. Infatti lui parla
il linguaggio della verità quando dice che Eluana “attende”,
“dorme”. Ospite? Ovviamente il caritatevole ministro
che non si lascia intimidire Maurizio Sacconi, appena denunciato
dai radicali per violenza privata, dopo aver minacciato la
clinica convenzionata di Udine di tagliarle i fondi se avesse
accolto Eluana e dato corso alla sentenza di cassazione.
A seguire: mercoledì si parla social card. Tesi di
Ferrara: i poveri in italia non esistono o sono sovrastimati,
perché i numeri ci dicono che le carte non vengono
ritirate. Ospite in studio l’ex sindacalista Cazzola
ora esponente del PDl (E indovinate da che parte stava?) e
al telefono la sociologa Chiara Saraceno che almeno in quell’occasione
gli ha fatto passare un brutto quarto d’ora.
Giovedì il capolavoro, tema del giorno, in un acrobatico
salto logico congiunto: Riccardo Villari e Michele Santoro
sono furbastri o eroi? Vi lascio immaginare come si è
prodotto Ferrara, dico solo che ad un certo punto Carlo Rossella,
uno tra i tanti ospiti compiacenti, ha detto che Santoro è
stato un maleducato perché una signora (Lucia Annunziata)
non si tratta così, invitandolo perciò a studiare
il Galateo di Monsignor dalla Casa (e lo diceva senza ironia)
Gran finale venerdì: l’Italia come la Francia
delle banlieus, dopo la scioccante preghiera islamica sul
sagrato del duomo di Milano e davanti a San Petronio a Bologna,
con la prevista ordinanza sull’ordine pubblico del Ministro
degli Interni Maroni ai prefetti. Tesi (ma che ve lo dico
affà?): questi pericolosi e potenziali terroristi (poco
prima sfilavano per le vie del centro protestando sulla carneficina
nei territori e a favore della Palestina), vanno trattati
col pugno di ferro e soprattutto non devono “sporcare”
con le loro empie ginocchia gli immacolati luoghi adiacenti
la Casa del Signore di Santa Romana Chiesa e via dicendo.
Ospiti? Marcello Pera e il direttore dell’Osservatore
Romano (le Papa news) Giovanni Maria Vian.
Sulla ecumenica iniziativa del Maiale day del ministro Calderoni
che invitava i cittadini di Bologna a gettare letame di porco
sull’area dove forse sorgerà una moschea, neanche
una parolina.
A proposito di religione cattolica: non perdetevi ogni domenica
verso le 8.30 il Gr D’Oltretevere.
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