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7 settembre 2009
Dopo le dimissioni
dal Corriere della Sera, il grande giornalista italiano decise
di fondare un nuovo quotidiano, forte della consapevolezza
dell'esistenza di una platea di lettori pronti ad accoglierlo.
Si era a cavallo tra il 1973 ed il 1974 e, con il sostegno
finanziario della Montedison di Eugenio Cefis, che fornì
a Montanelli 12 miliardi di lire di allora per tre anni, nasceva
Il Giornale Nuovo.
In quel periodo, in Italia, già operavano alcune tv
libere via cavo, che di lì a qualche anno sarebbero
migrate via etere. Montanelli, da acuto scrutatore dell'universo
mediatico, era intrigato dal fenomeno, sia come tale che in
prospettiva di sinergie con la carta stampata.
Ma il mezzo televisivo appariva ancora destrutturato, le iniziative
locali erano economicamente gracili e sebbene qualcuno (Rizzoli)
pensasse già in nazionale (Telemalta, progetto di rete
tv off-shore con ripetitori eventualmente carrozzati da tv
locali in Italia), i costi per creare strutture di spessore
erano importanti, mentre l'incertezza legislativa era eccessiva
anche per un uomo abituato ad ogni sfida in nome dell'Informazione.
Nel 1976, tuttavia, la Corte Costituzionale spazzò
via il monopolio RAI con la storica sentenza n. 202 e tutti
presero a guardare con maggiore considerazione al nuovo assetto
radiotelevisivo misto pubblico/privato che si andava tratteggiando.
Anche Indro Montanelli lo fece. Ma non nella direzione della
tv, costosa e intricata, bensì della radio, medium
più conveniente, duttile e spontaneo. Ideale per diffondere
un'informazione basilare e spedita, ma anche per generare
approfondimenti interattivi con l'utenza attraverso il telefono,
strumento ovviamente inutilizzabile nella carta stampata,
ma apoteotico in ambiente radiofonico. Insomma l’integrazione
ideale de Il Giornale. Per Montanelli il progetto ideale sarebbe
constato di tre emittenti metropolitane pressoché all-news:
tre stazioni atte a piantonare le piazze di Milano, Roma e
Genova, cruciali sul piano sociopolitico del momento. A Milano
si sa che ebbero luogo contatti per l'acquisizione di una
delle prime stazioni della città: Radio Montestella,
dotata di un buon segnale e di una struttura editoriale di
rilievo, che da poco era stata acquisita da un rampante Enzo
Campione (attuale patron della concessionaria Radio &
Reti) e da Fiorenza Mursia, figlia di Ugo Mursia, noto imprenditore
milanese nel mercato del libro.
Montanelli aveva quindi già colto il senso di quella
radio metropolitana “scoperta” nel nuovo millennio
- la "big town station", per dirla all'americana
- integrata in un complesso editoriale: emittenti riconducibili
ad una stessa proprietà, ma operativamente distinte;
accomunate per gran parte della giornata da programmazione
identica, arricchita e perfezionata da innesti informativi
locali. Insomma, l'idea che qualche anno dopo sarebbe stata
fatta propria in ambito televisivo (anche se per finalità
commerciali) da un lungimirante imprenditore meneghino con
il quale Montanelli si sarebbe incontrato e poi scontrato:
Silvio Berlusconi (che nel 1979 si sarebbe sostituito a Montedison
come azionista di riferimento de Il Giornale, in un sodalizio
rotto solo nella prima metà dei '90 con la discesa
in politica).
Evidentemente per meglio conoscersi, l'editore di Radio Montestella
e il direttore de Il Giornale Nuovo, misero in pista sul finire
del 1977 uno dei primi esperimenti di Giornale radio privato
in stretta collaborazione con la redazione di un importante
quotidiano. Purtroppo, però, il progetto di Montanelli
si fermò lì; complici le vicissitudini personali
del giornalista, ma anche in considerazione del particolare
clima vissuto dall'informazione italiana nei cosiddetti "anni
di piombo", il progetto “radio metropolitana”
abortì, lasciando a tutti noi il dubbio di cosa avrebbe
potuto significare per la radiofonia l’ingresso diretto
in campo di un gigante del giornalismo.
(newlinet.it)
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