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1 gennaio 2009
Il modello di costruzione delle
news che ha unificato i tg di Rai e Mediaset nella copertura
della crisi di Gaza viene da lontano. Il Glasgow Media Group,
una rete di accademici e ricercatori britannici che si occupa
da oltre un trentennio di monitorare i media del Regno Unito,
ha pubblicato nel 2006 un interessante testo di analisi sulla
copertura che i media inglesi e scozzesi hanno dato al conflitto
israelo-palestinese. La ricerca diretta da Greg Philo, uno
dei teorici di punta del Glasgow Media Group, e da Mike Berry
si chiama Bad News From Israel e non è ovviamente tradotta
in Italia dove la saggistica sui temi riguardanti l'informazione
risente sempre dell'influenza e del controllo della comunicazione
politica istituzionale.
Philo e Berry hanno coordinato un lavoro sia di analisi qualitativa
che quantitativa, da parte dei ricercatori del Glasgow, su
200 differenti edizioni di tg di BBC one e ITV News, ritenuti
rappresentativi del panorama mediale britannico monitorando
il conflitto israelo-palestinese in un periodo che va dal
2000 al 2002. Allo stesso tempo sono state intervistate più
di 800 persone sulla ricezione delle notizie date dalla televisione
in quel periodo. Tra gli intervistati, oltre a telespettatori
presi a campione dalla popolazione, c'erano anche specialisti
del mondo dei media britannici come George Alagiah e Brian
Hanrahan della BBC e Lindsey Hilsum di Channel Four e il regista
Ken Loach. Questo per dare alla fase qualitativa delle interviste
sia il taglio dell'approfondimento legato al tema della ricezione,
e della interpretazione, delle notizie da parte della popolazione
sia quello della formazione delle categorie critiche rispetto
alla costruzione simbolica del reale operata dai media tramite
le notizie. A parte la specificità del tema, se si
parla di Israele nel nostro paese è facile incorrere
nella incredibile accusa di "antisemitismo di sinistra",
un lavoro così sistematico, sofisticato nell'impianto
categoriale che usa è ancora impensabile in Italia.
Per diversi motivi: perché gli specialisti di comunicazione
politica sono quasi tutti arruolati del mainstream, per lo
stato di minorità teorica in materia di media di buona
parte dell'informazione alternativa, perché in materia
di equilibrio dell'informazione in tv in Italia il dibattito
è drogato dalla questione del conflitto di interessi
di Berlusconi e dall'illusione che una volta risolto questo
conflitto le notizie possano tornare libere. Inoltre lavori
come quello diretto da Philo e Berry in Italia rischiano di
non trovare né editoria universitaria, strangolata
dalle necessità di bilancio, né tantomeno editoria
maggiore che deve sempre fare i conti, anche in quel campo,
con la presenza di Berlusconi. Allo stesso tempo le autorità
di controllo, nazionali e regionali, che commissionano lavori
di monitoraggio della comunicazione lo fanno principalmente
su criteri mainstream e non certo critici come quelli di Philo
e Berry. E' il classico circolo vizioso: in Italia l'intreccio
tra media e politica produce la notizia generalista, le autorità
di controllo, costituite dallo stesso intreccio, la monitorizzano
secondo gli stessi criteri cognitivi che hanno prodotto questa
notizia. E la situazione italiana è per adesso lontana
dallo sbloccarsi: nelle recenti vertenze su scuola, università
e Alitalia i movimenti i media li hanno semplicemente subiti
senza capire che l'agenda setting dei tg è ormai la
forza decisiva in ogni contrattazione sindacale, quella che
sposta la bilancia a favore di istituzioni e imprenditori
in ogni conflitto.
I punti salienti della ricerca di Philo e Berry
La ricerca diretta da Philo e Berry ha quindi un doppio valore:
quello essere un lavoro critico e sistematico sui telegiornali
come non ce ne sono in Italia, e quello di indicare lo standard
di copertura e di ricezione delle notizie nel conflitto israelo-palestinese
così come si è formato in questi anni nella
BBC e che, come possiamo constatare, riassume gli stessi standard
complessivi dell'informazione occidentale istituzionale in
materia . Andiamo a vedere quindi i punti salienti dei risultati
della analisi del lavoro diretto da Philo e Berry. Non prima
di aver ricordato un fatto esemplare presente in questa ricerca:
la stragrande maggioranza dei bambini uccisi durante la seconda
intifada sono stati classificati nei tg britannici come vittime
di crossfire, fuoco incrociato. Immaginate la dinamica reale,
dei bambini che durante l'intifada tirano pietre all'esercito
israeliano, e come è stata riportata la notizia: dei
ragazzi sempre e inevitabilmente vittime di uno scontro a
fuoco incrociato tra truppe israeliane e palestinesi. Con
questi ultimi spesso rappresentati o come coloro che si fanno
scudo dei bambini o come coloro che hanno scatenato gli incidenti
che hanno prodotto il crossfire.
Ecco i risultati salienti della ricerca diretta da Philo e
Berry
1) Sul piano della percezione delle notizie nei tg monitorati,
gli spettatori intervistati si sono detti confusi nella ricezione
dell'insieme del conflitto mentre allo stesso tempo hanno
assimilato chiaramente gli argomenti e i linguaggi espressi
nei comunicati ufficiali del governo israeliano. Questo anche
a causa del fatto che, mediamente, gli israeliani sono stati
intervistati oltre il 100% in più delle volte rispetto
ai palestinesi e in un contesto di interviste più chiaro
e approfondito.
2) Nell'insieme delle cronache e dei commenti è largamente
maggioritaria la presenza dei commenti ufficiali del governo
di Israele. Sul primo canale della BBC è stata norma
intervistare due israeliani ogni palestinese. A supporto delle
tesi israeliane sono stati intervistati una serie di parlamentari
Usa apertamente a favore di Israele. Quest'ultima categoria
di intervistati sulla questione israelo-palestinese è
apparsa su BBC one più di qualsiasi altro parlamentare
non britannico sullo stesso tema e in misura almeno due volte
superiore a quella di qualsiasi parlamentare britannico intervistato
sul tema.
3) Un altro grande fattore di confusione, per gli spettatori
intervistati, è stata l'assenza di contestualizzazione
storica del conflitto israelo-palestinese. Di conseguenza,
buona parte degli spettatori britannici non sapeva neanche
"chi" stesse effettivamente occupando i territori
occupati, se gli israeliani o addirittura i palestinesi. Praticamente
nessuno sapeva che gli israeliani controllano acqua e risorse
dei palestinesi. Diversi spettatori intervistati credevano
che i palestinesi volessero occupare territori israeliani
facendogli fare la fine dei "territori già occupati
dai palestinesi"
4) Siccome non è presente nessuna ricostruzione storica
degli eventi, la tendenza dei telespettatori intervistati
è di concepire gli eventi come "iniziati"
con l'azione dei palestinesi. Quindi praticamente qualsiasi
battaglia o incidente in corso viene concepito dai telespettatori
come iniziato dai palestinesi con successiva risposta israeliana.
Gli storici del futuro avranno così enormi problemi
a sostenere tesi differenti da questa versione, ormai implementata
nella percezione generale dello scontro israelo-palestinese.
Come dice un ventenne intervistato dal Glasgow Media Group
"pensi sempre che i palestinesi siano gente aggressiva
dopo quello che hai visto in tv".
5) Nella costruzione delle notizie gli insediamenti dei coloni
sono sempre rappresentati come comunità vulnerabili
piuttosto che come istituzioni che hanno un ruolo decisivo
nell'occupazione dei territori. Come riportato da Bad News
from Israel i coloni occupano il 40% del West Bank. La grande
maggioranza dei telespettatori intervistati non solo non aveva
alcuna idea di questa percentuale ma si è sempre rappresentata
gli insediamenti di coloni come quella di piccoli gruppi isolati
entro un enorme territorio palestinese.
6) Una netta differenza di enfasi nella rappresentazione delle
morti israeliane rispetto a quelle palestinesi (che, durante
la seconda intifada, sono state almeno tre volte superiori
a quelle israeliane). Nella settimana del marzo 2002 in cui
più alto in assoluto è stato il numero dei decessi
palestinesi è stato dato comunque più spazio,
in termini di minuti e di rilievo della notizia, alle morti
israeliane. I termini quali "macelleria", "atrocità",
"brutale assassinio", "selvaggio omicidio a
sangue freddo" sono stati usati per definire solo omicidi
di cittadini israeliani e mai, in nessun caso statistico quindi,
per definire l'uccisione di palestinesi. Per i bambini palestinesi,
come abbiamo visto, c'è il metodo di definirli come
vittime del fuoco incrociato. Originato dai palestinesi. Diversi
telespettatori intervistati sulla percezione del fenomeno
mediato dalle news hanno detto che "le vittime israeliane
sono in numero almeno cinque volte superiori a quelle palestinesi".
Un sovvertimento della realtà statistica di tipo spettacolare.
Gli impressionanti risultati di questo lavoro di Philo e Berry
mostrano una copertura mediale di applicazione fatta di disinformazione
e propaganda lunga due anni e coestensiva con tutta la fase
acuta della seconda intifada. E stiamo parlando della BBC,
un media che, anche in questi anni, ha saputo mantenere caratteri
di indipendenza essendo risultato per questo estremamente
sgradito al governo Blair prima, dopo e durante l'invasione
dell'Iraq del 2003, appena un anno dopo i fatti rilevati dal
Glasgow Media Group. La BBC nel caso israelo-palestinese,
ovviamente per decisione congiunta tra piano politico istituzionale
e quello mediale editoriale che non è stata così
salda sulla questione Iraq, rappresenta quindi un modello
di come queste tattiche di costruzione della notizia possano
applicarsi sistematicamente e con pieno successo alla disinformazione
e alla propaganda in materia di comprensione del conflitto,
di rapporti di forza tra le parti e la sostanza delle posizioni
politiche, toccando persino la stessa comprensione geografica
della zona e la proporzione del numero di morti tra gli schieramenti.
Questo genere di tattiche, di cui il testo di Philo e Berry
rappresentano eloquente capacità di comprensione, non
è però isolabile al solo conflitto israelo-palestinese.
Si tratta infatti di un corpo di applicazioni mediali in materia
di disinformazione e propaganda che, pur essendosi formate
durante gli anni '80 nel mondo occidentale (si veda la vicenda
della copertura mediale della guerra delle Falkland), trovano
una diffusione e una legittimazione globale nel periodo della
prima guerra del golfo all'inizio degli anni '90. La caduta
del muro di Berlino ha avuto come conseguenza anche l'unificazione
della comunicazione televisiva e, con la guerra del Golfo
del '91, questo genere di tattiche ha trovato una legittimazione
nel sistema mediale del nuovo mondo delle comunicazioni. L'applicazione
al caso israelo-palestinese da parte della BBC non rappresenta
quindi l'anomalia ma la norma di un genere di tattiche di
costruzione del reale da parte del media mainstream ufficiale
di tipo occidentale. Che a partire dall'inizio degli anni
'90 si è costruito come egemonia e norma linguistica
delle infrastrutture tecnologica di senso delle comunicazioni
globali.
Il caso italiano
Nel caso italiano possiamo tranquillamente affermare che questo
modello di costruzione delle notizie, e quindi della realtà,
sia applicabile non solo nei punti salienti rilevati nel lavoro
diretto da Philo e Berry ma anche in quelli della recezione
da parte dalla popolazione del nostro paese in termini simili
rispetto a quella britannica. I sei punti emersi dallo studio
del Glasgow Media Group, sia nell'aspetto di costruzione delle
notizie che in quello della loro ricezione, rappresentano
quindi una formidabile anticipazione su come i media italiani
tratteranno la questione israelo-palestinese e di come nel
nostro paese questo sarà recepito per tutto il conflitto
apertosi di recente. Basta rileggere le categorie emerse in
Bad News From Israel per poter classificare le notizie dei
tg di questi giorni, sia del servizio pubblico che delle tv
private, nel novero delle tattiche di propaganda e disinformazione
operate a favore di una percezione positiva dell'agire dello
stato di Israele nel conflitto.
Possiamo dire che in Italia l'attenzione all'applicazione
delle tattiche di disinformazione e di propaganda sulla vicenda
di Gaza è cominciata prima del conflitto. Infatti,
la notizia dell'imminente attacco a Gaza, quando sui tg tedeschi
aveva già preso piede entro una copertura internazionale
degli effetti della crisi, è stata abbondatemente sepolta
sotto le notizie dedicate al maltempo e all'interruzione dei
sentieri di montagna e rappresentata unanimemente come "operazione
chirurgica", limitata, di breve durata ed escludente
la popolazione nei suoi effetti. Il fatto che la breve durata
dell'operazione sia stata smentita dallo stesso governo israeliano
il giorno dopo, senza che i tg italiani abbiano dato notizia
di questa contraddizione, mostra il doppio lavoro fatto a
favore di Israele da parte dei tg italiani a reti unificate.
Il primo neutralizzando la portata della notizia dell'attacco
a Gaza , tenendo così calma l'opinione pubblica italiana
ed evitando l' "effetto concerto" a livello di attenzione
dell' opinione pubblica europea, il secondo evitando di contraddire
il governo israeliano su una contraddizione palese rispetto
a dichiarazioni così importanti.
Il giorno dell'attacco israeliano a Gaza, viste queste premesse,
ha rappresentato una delle tante Caporetto della libertà
di informazione in Italia. Per rappresentare l'attacco chirurgico
il media mainstream italiano ha estrapolato 155 (sui 200 complessivi)
morti tra la polizia palestinese battezzandoli come "la
polizia di Hamas", quando invece si tratta di giovani
universitari che si arruolano nella polizia municipale per
sfuggire alla disoccupazione e che non sono inquadrabili come
Hamas. Il capo della polizia municipale deceduto è
stato frettolosamente ribattezzato come "il capo della
polizia di Hamas" per dare l'idea del fatto che era stato
colpito un bersaglio eccellente e che, insomma, "solo"
45 morti su 200 bersagli colpiti possono essere classificati
come effetti collaterali di una operazione chirurgica. In
realtà secondo fonti della cooperazione internazionale
si è semplicemente sparato nel mucchio, compresa una
scuola elementare, e nessun obiettivo sensibile o capo storico
di Hamas è stato colpito il primo giorno. Del resto
la verità non la si può dire: se si vuol colpire
una organizzazione bisogna fare terra bruciata del consenso
che ha dalla popolazione circostante. Come è stato
sperimentato nella "missione di pace" afghana, quella
tenuta in piedi dal centrodestra e dal centrosinistra, dove
si bombardano i villaggi per suggerire, ai villaggi restanti,
che è meglio non dare solidarietà alla resistenza.
Una volta costruita, anche se in maniera approssimativa, l'operazione
chirurgica i tg unificati sono passati a rappresentare le
reazioni politiche. Nei tg italiani la sproporzione, due israeliani
intervistati ogni palestinese, tenuta dalla BBC è stata
abbondantemente sorpassata. Nel tg1 delle 20,00 di sabato
27 il monologo delle posizioni ufficiali del governo israeliano
è stato interrotto da un brevissimo flash di un rappresentante
di Hamas che è stato solo citato nella seguente frase
"è stata una provocazione" senza possibilità
di far aggiungere una lettura dei fatti da parte di quella
che è comunque una componente del conflitto. Ma dopo
le posizioni politiche delle parti in conflitto, rappresentate
in modo così sbilanciato, si è passati alla
fase del commento. Il tg1 ha intervistato una giornalista
del Corriere della Sera che ha semplicemente ripetuto le tesi
del governo israeliano aggiungendo persino un beffardo "la
guerra in fin dei conti fa comodo anche ad Hamas perché
la popolazione palestinese tende a stringersi attorno a chi
è attaccato".
L'aspetto sicuramente caratteristico dei media italiani sta
poi nel fatto che non sono neanche in grado di mantenere le
forme. L'inviato dal fronte del tg1 delle 13,30 di domenica
28 ha testualmente detto in diretta "cito direttamente
le conclusioni del briefing riservato delle forze militari
israeliane al quale ho avuto l'onore di partecipare".
Siccome i briefing riservati in momenti di crisi si fanno
solo con i media strettamente amici, il giornalista italiano
non si è reso probabilmente conto dell'enormità
che ha detto in diretta: ha semplicemente sputtanato il ruolo
di imparzialità apparente, buona norma di ogni giornalista
schierato che fa lavoro di propaganda, per l'ansia di rivelare
uno scoop. Del resto nella serata del 28 la Rai ha trasmesso
una intervista praticamente a reti unificate del ministro
degli esteri israeliano, futuro candidato a primo ministro.
Nel circuito ufficiale dei media italiani si somma quindi
la consolidata propaganda usata su temi nazionali, in funzione
anche nettamente antisindacale, a quella di tipo internazionale.
E quest'ultima è leggibile e riconoscibile secondo
modelli consolidati dall'inizio degli anni '90 e che sono
stati isolati dalla ricerca del Glasgow Media Group in questo
lavoro sulla copertura britannica delle notizie sul conflitto
israelo-palestinese.
E qui tanto per sparare sulla croce rossa bisogna ricordare
che il centrosinistra, nelle sue varie articolazioni, in quasi
un quindicennio dopo il referendum del '95 sulla concentrazione
proprietaria delle tv, ha mai messo in discussione questo
sistema di integrazione tra politica e notizie sia sul piano
nazionale che su quello internazionale. Perché né
è parte integrante. Per questo l'emergenza democratica
dell'informazione in Italia non ha mai fatto veramente parte
dell'agenda politica mainstream.
Viene quindi da lontano il modello sovranazionale di copertura
delle notizie: oltre a influenzare l'opinione pubblica, strutturare
la percezione dei fatti quando i partiti sono televisivi (ovvero
sempre) detta direttamente l'agenda politica. E inoltre influenza
la politica estera perché questa la si fa sempre sul
modo di coprire televisivamente i fenomeni. Non a caso una
copertura televisiva globale sostanzialmente favorevole alla
guerra all'Iraq ha favorito politicamente l'invasione del
2003, nonostante che l'opinione pubblica mondiale fosse contraria.
Il modello di integrazione tra politica e media è questo:
applicare tattiche di disinformazione e di propaganda alle
notizie. Se l'opinione pubblica le recepisce bene, se no agire
ugualmente. Tanto alla lunga l'opinione pubblica sfavorevole
si disgrega mentre i media agiscono tutti i giorni plasmando
e rimodulando la realtà politica.
E' d'obbligo un parere da rivolgersi alle organizzazioni che
si occupano di solidarietà con la Palestina, in questo
contesto. A nostro avviso si tratta di intensificare le manifestazioni
sotto la Rai e sotto Mediaset pretendendo di contrattare l'agenda
setting delle notizie, delegittimando il ruolo di informazione
di queste sedicenti televisioni. La solidarietà con
la popolazione palestinese passa oggi da ciò che circola
su antenne e parabole satellitari.
(articolo 21.info)
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