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10 dicembre 2009
Caro Ernesto, scusa
innanzi tutto se mi permetto darTi del Tu… così
come si farebbe in una lettera indirizzata a un caro amico,
spero che lo accetterai con tutto il rispetto e l’ammirazione
che comunque Ti porto.
In questi giorni appena trascorsi, ho letto il Tuo libro “Copio,
dunque sono”, pubblicato da Coniglio Editore, ed ho
avuto l’occasione di fare un vasto giro in internet
per leggere e rileggere numerosi Tuoi articoli ma anche un’interessante
intervista.
Peccato che non ci sia stata mai prima d’ora l’opportunità
di poterci incontrare e scambiare quattro chiacchiere insieme
proprio sul tema della musica e più in particolare
di quella italiana.
Devo dire che trovo questo Tuo libro, certamente interessante…
direi anche abbastanza puntuale ma per certi versi assolutamente
sconfortante, forse perché lo “scatto”
che fotografi e che descrivi dello scenario commerciale, imprenditoriale,
promozionale e creativo della musica è a dir poco devastato
e devastante.
Ammetto però, e non potrei fare diversamente, che hai
ragione. Il Tuo è “un affresco” forte ma
reale e amaramente realistico. Io sto dentro la musica, forse
senza averne titolo, ma comunque cerco di produrla, di proporla…
insomma cerco di fare tutto quello che sarebbe bene fare per
cercare di stare dentro al “mercato” attuale e,
devo ammetterlo, le difficoltà maggiori le riscontro…
ma come me , per quel che ne so, anche gli altri discografici
e/o editori… dicevo, le difficoltà maggiori vengono
proprio da quel mondo dei media (radio, tv e carta stampata),
che secondo me non fanno ormai più nulla che veramente
si possa definire “utile” alla musica. E non mi
riferisco agli aspetti più meri del mercato…
mi riferisco proprio alla musica in se, quale arte, quale
espressione più o meno culturale del nostro tempo.
Perché la critica è morta, sepolta… putrefatta.
E ad ucciderla con premeditazione quasi scientifica sono stati
i media stessi… o meglio, gli uomini dei media…
perché dietro alle cose, sempre degli uomini ci stanno,
sia nel bene che nel male.
Hai perfettamente ragione quando dichiari in un intervista
“Il problema delle radio italiane non è tanto
che la musica che mandano non è bella, quanto che non
è abbastanza. Diciamo che noi abbiamo soltanto le radio
così dette Top 40. Ovvero radio dove mandano a loop
solo i brani da lanciare. Tra l'altro questa concezione di
radio l'hanno inventata gli americani, solo che loro, a differenza
di noi, hanno anche delle radio che ignorano la play list.”
Ecco… la cosa ormai è altrettanto riferibile
anche alla televisione e ai giornali. E lo posso tranquillamente
dichiarare io che, senza fare nomi in questo caso, ho vissuto
sulla mia pelle la risposta di un grande ed affermatissimo
critico musicale (Tuo prestigioso collega), uno di quelli
che con un articolo possono cambiarti la vita, che di fronte
al disco di un artista nuovo pur definendolo lui stesso “forse
il più bel disco dell’anno…” si “rifiutava”
di parlarne, a tutto vantaggio del disco magari brutto di
qualche nome altisonante, solo perché un nome non conosciuto
non aiuta a vendere i giornali. Il caporedattore e anche il
direttore non glielo avrebbero fatto passare.
Perché la domanda, tornando alle radio, è: ma
le top 40… dove e da chi nascono?
Qualcuno potrebbe dire… dalla televisione e… dai
giornali. E chi ha, per guardare all’Italia, la capacità
e la possibilità di “entrare” alla televisione
e “nei giornali”?
Chi ha i budget, per dirla in breve, per pagare.
Per pagare la pubblicità e per sostenere economicamente
la produzione di certi programmi (nello specifico “X
factor”… ma credo anche “Amici”).
E queste sono solo le major a poterlo fare. Faccio un esempio:
avrebbe potuto “criticare negativamente” uno dei
maggiori quotidiani italiani… che so… pigliamo
uno non a caso: Giovanni Allevi, di fronte all’investimento
pubblicitario che sullo stesso giornale veniva fatto a suon
di mezze pagine dalla sua casa discografica?
Caro Assante, ma se oggi una piccola etichetta indipendente…
una qualsiasi, avesse un artista bravo e che fa dell’ottima
musica… inviandoTi semplicemente il disco, riuscirebbe
così, su due piedi, ad ottenere il meritato titolone
sul quotidiano dove Tu scrivi?
Perché vedi, io sono d’accordo con Te quando
dici: “Ridateci il vinile” e ad uno come me che
da sempre li colleziona è come invitarlo a nozze, figuriamoci
se non lo capisco! Ma la realtà di oggi, così
come Tu stesso ce la descrivi nel Tuo libro… purtroppo
è diversa.
Diciamo che a fronte di tanta pirateria, di tanta duplicazione
illecita, di tanto scarico illegale, non c’è
solo il semplice disamore, se non disprezzo, per il “pezzo
di plastica”, c’è l’interesse di
chi su queste “depravazioni commerciali” ha costruito
un’impero economico. E bada bene che spesso sono le
stesse case madri di quelle major sopra citate che sono ben
disposte a sacrificare “la musica” pur di non
perdere fette di mercato su supporti, programmi e duplicatori.
Il vinile non sarebbe “morto” (che poi non è
mai morto veramente), se non ci fosse stata una modificazione
tecnologica che è intervenuta sui costumi della gente.
E questa modificazione è figlia della rivoluzione industriale
portata dal computer e da internet. Ne più ne meno
di quella che ai primi del ‘900, con l’avvento
delle macchina da scrivere e del nastro per la seconda copia,
spazzò via in un batter d’occhio una figura professionale
che fino ad allora era qualificante e qualificata quale quella
dello scrivano. Per i più curiosi basterebbe andarsi
a vedere un preziosissimo film (in bianco e nero), di Mario
Soldati del 1959 con Renato Rascel nel ruolo di “Policarpo
ufficiale di scrittura”. Che cosa fu costretto a fare
il Policarpo del film per conservare il posto al ministero
ed il salario tutti i mesi? Fu costretto ad adeguarsi e si
salvò, ma dovette cambiare di fatto il suo mestiere
da ufficiale di scrittura a dattilografo.
Ma c’è un altro problema che soprattutto qui
in Italia non si affronta ancora, ed è quello che rispetto
ad internet non ci sono regole, senza minimamente pensare
che questo invece è un mercato in piena regola e che
come tale dovrebbe essere regolamentato.
I nostri legislatori se ne fregano altamente e affaccendati
come sono in dispute umanamente quanto mai discutibili, stanno
attivamente contribuendo alla cancellazione di un sistema
culturale. Perché ormai tutto è considerato
per quello che può valere al momento, se porta soldi
adesso… se se ne può approfittare subito…
Domani, domani è solo un avverbio di tempo e poi chi
vivrà vedrà!
Certo, il problema di oggi è che ormai la musica, anche
in Italia, non si propone più e non si vende più
perché è buona musica, ma perché il “pezzo
di plastica” si presenta bene. Quando è arrivato
il marketing nelle case discografiche è iniziato il
declino. Il supporto è divenuto più importante
del contenuto. Quando nelle case discografiche, invece dei
musicisti e degli appassionati, sono arrivati i “bocconiani”
esperti di finanza, si è cominciato a vendere la musica
come fosse detersivo per i piatti.
E ce ne sarebbero di cose da dire ancora… fino alla
“produzione”, non più di musica ma, attraverso
la musica, di carta finanziaria!!! Certo, sempre con la complicità
(quanto prezzolata è meglio non sapere), della morta
critica.
Siccome però condivido moltissime cose di quelle che
scrivi, e perché Ti ritengo sincero, vorrei tentare
di farTi una proposta per una cosa che secondo me va dritta
dritta al cuore del problema e allo stesso tempo (forse),
può consentire di ridare respiro alla produzione, anche
di cosiddetta qualità, di musica italiana.
Facciamo in Italia come in Francia. Aiutaci anche Tu a “spingere”
perché questo si faccia.
Riconosciamo una filiera produttiva nazionale e obblighiamo
per legge tutte le emittenti, sia televisive che radiofoniche,
sia pubbliche che private, a trasmettere una percentuale del
35-40% di musica di sola produzione italiana.
Aiutaci a denunciare il vero losco meccanismo che sta dietro
le “play-list”.
Aiutaci a scrivere e a sottoscrivere e a promuovere nelle
sedi più opportune, insieme a tutti quelli che ci vogliono
stare (a cominciare dai Renato Zero, dai Claudio Baglioni,
dai Roberto Vecchioni, ecc.), un manifesto in difesa della
nostra musica italiana.
Perchè se è vero come è vero che la canzone
è la forma più popolare di poesia, allora bisogna
sgombrare il campo dai mille distinguo e dai tanti tentennamenti.
Bisogna che ci si assuma la responsabilità di far comprendere
a tutti questo concetto e sulla base di questo concetto ricominciare
un determinato tipo di lavoro, un lavoro che al di la degli
step e dei tentativi non deve più smarrire l’obiettivo
finale più alto che, come diceva un grande quale Rachmaninov
è che “…lo scopo della musica è
creare la bellezza.”
Bisogna ricominciare a “tirare” in direzione “inversa”
e, forse, potremmo anche tornare “all’opera di
vinile”, bisogna che ci riappropriamo di uno spazio
di mercato, senza nulla togliere agli altri, che ci consenta
però di poterci sostenere e sostenere anche i giovani
artisti.
E per finire Ti faccio un altro esempio, dei tempi del vinile:
quel poeta che fu Piero Ciampi (e che solo post morte ha venduto
dei dischi), negli anni ’70 andava in onda in prima
serata il sabato a “Senza rete”, insieme a Charles
Aznavour, Astor Piazzolla e all’allora giovane Riccardo
Cocciante… e per fortuna che di televisione ce n’era
una sola e in bianco e nero!
Ma Piero Ciampi è esistito e possiamo apprezzarlo ancora
oggi perché qualcuno di quell’industria discografica
e di quella televisione di un tempo, contro tutto e contro
tutti ha fatto sì che gli fosse data la possibilità
di “esistere”. Anche Modugno è stato uno
sconosciuto, ma se oggi avessimo un nuovo Modugno “nel
cassetto” per farlo conoscere credi proprio che lo dovremmo
far iscrivere a “X factor” o ad “Amici”…
o peggio ancora al Festival di Sanremo di oggi?
Possibile che non vogliamo vedere che abbiamo una generazione
di grandi professionisti che hanno cominciato ad affermarsi
negli anni ’70 (e anche prima), e che pertanto, avessero
fatto gli operai, sarebbero lì lì per andare
in pensione, mentre non riusciamo a creare una generazione
di nuove leve che vada al di la di un paio d’anni di
attività e che soprattutto sappia cimentarsi in ambito
internazionale.
Bisognerebbe che tutti, personaggi importanti e non, professionisti
ed emergenti, e per primi proprio quei critici che sanno e
che conoscono e che recepiscono responsabilmente l’importanza
del loro mestiere, si fermassero un attimo a riflettere, a
guardarsi l’un con l’altro e a intendersi bene,
perché qui non c’è da salvare l’interesse
di qualche singolo che ha già avuto tutto e se ne può
fregare, c’è da salvare una parte importante
del cervello della gente che se oscurata, se atrofizzata,
ben presto non ci consentirà più di distinguere
la differenza tra un armonia ben accordata e una nota a 600
hertz. Sì, quasi come quella prodotta da un encefalogramma
piatto.
Con la speranza viva e sincera che
vorrai parlarne quanto prima.
Con stima.
Pietro Paluello
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