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20 gennaio 2009
Ho
avuto la fortuna, questo fine settimana, di essere a Livorno
dove hanno avuto luogo due eventi che vorrei raccontare, anche
in relazione al dibattito suscitato dalla querelle Ughi-Allevi.
Nell’auditorium dell’Istituto Superiore di musica,
intitolato a Pietro Mascagni, si sono confrontati il maestro
Salvatore Accardo e Vincenzo Cerami.
Il tema della serata era “Una vita per la musica”.
Con un aneddoto divertente, Accardo ha raccontato come è
diventato violinista. Aveva 3 anni ed era il 1944. Chiese
a suo padre un violino in regalo. E suo padre fece decine
di chilometri per recarsi a piedi da Torre del Greco fino
a Napoli per acquistare il violino.
L’indomani, ricordava Accardo, il maestro fece la sua
prima tournee: dai cugini, dalle zie, e da altri parenti.
Erano tutti entusiasti del suo precoce talento.
Tuttavia, il talento doveva essere incentivato, cioè
doveva costruirsi insieme alla tecnica, allo studio faticoso
dello strumento, alla esecuzione di scale ripetute centinaia
e migliaia di volte.
Accardo ebbe la fortuna di iscriversi al Conservatorio San
Pietro a Maiella, dove conseguì il diploma ad appena
15 anni.
Oggi, dopo mezzo secolo di carriera straordinaria, uno dei
più grandi musicisti del Novecento riempie i teatri
eseguendo Vivaldi e Bach, Mozart e Piazzolla. E quando parla
ai giovani, consiglia sempre di guardare la Luna, cioè,
la musica, piuttosto che l’egocentrico dito, ovvero
l’esecutore. Insomma, anche per Accardo dobbiamo avere
la consapevolezza che siamo nani sulle spalle di giganti.
Cito Salvatore Accardo non a caso. Egli, soprattutto negli
ultimi due decenni, si è distinto quale grande maestro
per molti giovani musicisti italiani. Ha fondato l’Orchestra
da Camera italiana, la cui età media non supera i 30
anni. E con l’orchestra da Camera italiana aveva riempito
il teatro Goldoni di Livorno. Ha una discografia rilevante,
con più di 50 incisioni.
È parte dell’immagine artistica straordinariamente
positiva dell’Italia all’estero. Eppure, mai e
poi mai avrebbe fatto di sé l’icona dell’arte
violinistica contemporanea, invece preferendo l’umiltà
e il silenzio della grande didattica, ai clamori artificiali
suscitati dalla stampa, come dimostra, al contrario, lo strano
caso del quarantenne Allevi.
Se in Italia avessimo giornali con pagine culturali un tantino
più attente a ciò che accade ogni giorno nei
nostri teatri, nei conservatori e negli Istituti Superiori
di Musica, temo che il caso Allevi (e l’invito nei suoi
confronti da parte dei presidenti delle Camere) non avrebbe
suscitato alcun interesse, perché in Italia la grande
musica si fa, altrove e con grande fatica, ma si fa.
Basta andarla a cercare. Personalmente, non ho alcun astio
personale nei confronti di Allevi, non lo considero un talebano,
talvolta ascolto qualche suo brano – che non m’ispira
grandissime emozioni – e gli auguro di continuare a
mietere successi.
Un consiglio umile mi sento tuttavia di inviargli da questo
sito: faccia come Accardo, sia promotore di iniziative per
i giovani musicisti, si batta per l’apertura di spazi
dove si possa eseguire ogni tipo di musica. E convinca le
istituzioni che l’hanno invitato che l’investimento
in Cultura e nella Musica rende più grande e più
civile il Paese.
Non ci si può definire il Mozart del XXI secolo e osservare
con indifferenza il deserto culturale che Governo e maggioranza
stanno organizzando per l’Italia.
Grazie al cielo, in questo Paese non esiste solo Allevi, ma
anche qualche musicista di valore straordinario che alleva…
Forse è a lui che il pianista dovrebbe guardare con
più umiltà…
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