Afghanistan, Obama verso nuovi equilibri geopolitici in Asia centrale di Luca Papperini


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6 marzo 2009

Interviste a: Sergio Romano, editorialista (Corriere della Sera, La Stampa) storico e diplomatico italiano in Russia.
Marco Vicenzino, esperto di geopolitica, direttore Global Strategy Project a Washington

Anche oggi raccontiamo la storia di una piccola emittente, chiamata Radio Free Afghanistan: ha iniziato a trasmettere notiziari su tutto il territorio nazionale nel periodo compreso tra il 1985 e il 1993, costretta in questi anni a chiudere i battenti a causa dell’invasione sovietica. Ha poi ripreso la sua attività solo nel 2002 a seguito della cacciata dei Taliban. RFA è nota in tutto il Paese per i suoi programmi al cui centro sono messi i diritti delle donne e la formazione di istituzioni democratiche. RFA ha da poco organizzato un seminario in collaborazione con la scuola di giornalismo dell’università di Kabul dal titolo “Media e democrazia”. In tutti questi anni di instabilità in Afghanistan, la radio ha svolto un ruolo fondamentale nel riuscire a ricongiungere i membri di famiglie separate durante gli anni di guerra. Ha ascoltato e ha dato il suo contributo alla cultura della pace e della non violenza in Medio Oriente, come quando una volta un pentito attentatore suicida si rivolse alla redazione di RFA con queste parole: “I vostri programmi mi hanno aiutato a capire l’errore che stavo per compiere. Vorrei rivolgermi a tutti gli attentatori attraverso RFA, perché finiscano queste azioni malvagie”. RFA è l’unico media in Afghanistan a mandare inviati reporter nelle zone più remote della regione.

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Kabul - Sarà annunciata giovedì dalla Commissione elettorale afgana la data in cui si terranno le prossime elezioni presidenziali, dopo che il presidente in carica Hamid Karzai ha richiesto la loro anticipazione al mese di aprile.
Inizialmente fissate per il 20 agosto in modo da consentire una parziale stabilizzazione del Paese, le elezioni afgane sono oggi sotto i riflettori del mondo occidentale che guarda con apprensione ad un equilibrio per il quale devono cooperare diversi attori dello scacchiere internazionale, sia mediorientale che occidentale, a partire dagli Stati Uniti che, sospinti dal vento Obama, sembrano attuare una drastica inversione di rotta nei confronti del tanto millantato “asse del male”.
“Quando ci sono così tanti problemi – dice ad Al Jazeera Azizullah Ludin, presidente della Commissione elettorale afgana – come possiamo andare al voto? Anche se la metà della popolazione vorrebbe votare, non sarà in grado di poterlo fare. In che modo potranno chiamarsi elezioni legittime?” commenta il presidente di Commissione, sottolineando che qualora le elezioni fossero anticipate al mese prossimo non ci sarebbe neanche il tempo per fare intervenire sul territorio quei 17 mila soldati che Washington avrebbe intenzione di inviare a breve in Afghanistan.
La data del 20 agosto era stata indicata dalla Commissione quale termine adeguato ad una stabilizzazione e messa in sicurezza del territorio per la popolazione, in modo da garantire ai cittadini “il loro diritto ad esprimere una preferenza politica in un contesto di sicurezza” si legge in un comunicato del Dipartimento di stato americano.
La strada di Obama in vista della stabilizzazione dell’Afghanistan passa prima da quei Paesi vicini di casa di Islamabad in Medio Oriente, da quegli stati come Russia, Iran – che secondo gli esperti avrebbe messo a punto un razzo a due fasi in grado di portare una piccola testata contro un obiettivo situato a 2500 chilometri di distanza - Pakistan e India, il cui rapporto con gli Usa nei prossimi mesi si rivelerà determinante per la risoluzione del conflitto.
Obama dice di sostenere una serie di “accordi selettivi” con alcuni soggetti politici interessati nel conflitto afgano, nel senso che ritiene necessario mettere da parte vecchi malumori – causa di raffreddamento nei rapporti- e la politica delle emozioni, in favore di un atteggiamento pragmatico e contingente. Ma sarà proprio così facile per Obama guardare alla relazione fra Stati Uniti e Russia con un rinnovato spirito di collaborazione? “In Russia è visibile uno strisciante senso di esasperazione” scrive un editorialista russo, sottolineando che sebbene l’era Bush sia ormai un lontano ricordo “le conseguenze si fanno ancora sentire”. Obama potrà forse impiegare anni e non mesi per ridefinire una nuova politica estera.
Che ruolo si troverà ad assumere la Russia nel processo di stabilizzazione afgana se le azioni di Obama dimostreranno segni di ripresa nelle relazioni fra i due Paesi?
“La Russia sta già da tempo aiutando gli Stati Uniti. –risponde a IdeeRadio Sergio Romano, giornalista ed editorialista, storico di relazioni internazionali, diplomatico italiano a Mosca negli anni della Guerra fredda - Non bisogna dimenticare che fin dall’ottobre 2001 la Russia ha concesso l’uso del proprio spazio aereo per i voli americani che riforniscono (non con le armi) le truppe di Washington in Afghanistan”.
Infatti in un primo momento la Russia aveva favorito l’installazione delle basi americane nelle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale. A partire dal 2004-2005 i rapporti tra Russia e Stati Uniti però si sono guastati e il Cremlino ha adottato un atteggiamento molto diverso sulla concessione del proprio spazio aereo agli americani.
Alla Russia non piace naturalmente che gli Usa siano installati in Kirghizistan con una base militare e sta incoraggiando il governo Kirghizo a cancellare l’accordo con gli Stati Uniti per la base. “Se gli americani vogliono ottenere una collaborazione più intensa da parte della Russia,- sottolinea Romano - devono dare alla Russia qualche segnale di amicizia”.
L’ex ambasciatore italiano parla a tal proposito di una lettera che sarebbe stata inviata in questi giorni da Obama a Medvedev in cui il presidente americano chiede maggiore collaborazione al Cremlino in cambio di una negoziazione sullo smantellamento di una base anti-missilistica che Bush aveva voluto creare in Polonia, con un radar localizzato nella Repubblica Ceca.

Per stabilizzare l’Afghanistan è necessario in prima battuta risolvere il problema pakistano, ma, per risolvere il problema pakistano non bisogna prima trovare una soluzione a quello Kashmiro?

“All’India gli americani hanno concesso una cosa importante: una cooperazione sul nucleare innovativa e rivoluzionaria rispetto alle preclusioni degli Stati Uniti sul progetto del nucleare indiano. Gli americani sono tenuti ad occuparsi del Pakistan, il quale è desideroso di verificare come la sua autonomia sia maggiormente riconosciuta dagli indiani. Non ho l’impressione che gli indiani in questo momento siano disposti a fare concessioni, quindi sperare che la stabilità del Pakistan venga in qualche modo favorita dalla risoluzione del problema kamshmiro sembra poco realistica”.

Sulla questione delle mosse statunitensi sullo scacchiere mediorientale IdeeRadio ha intervistato Marco Vicenzino, direttore italo-americano del Global Strategy Project di Washington, una organizzazione no profit, indipendente dai partiti politici, impegnata a mettere al centro del dibattito pubblico gli affari esteri degli Stati Uniti.
Mr Vicenzino, il solo aumento del contingente americano in Afghanistan può contribuire al raggiungimento degli obiettivi strategici di Obama in Medio Oriente?

“Questa è solo una parte di un processo di lungo termine che contribuisce al coinvolgimento dell’Afghanistan nel contesto politico dei Paesi dell’Asia centrale. È un processo economico, politico, diplomatico, di sviluppo e sicurezza. È molto più complesso di quello che si pensa vedendo il problema solo in bianco o in nero”.

A fronte dei raid aerei quotidiani con i Drone in territorio pakistano, Islamabad rimane nelle alleanze mediorientali statunitensi il vettore numero 1 in grado di sbloccare la situazione in Afghanistan.
“La situazione interna al Pakistan si connette con un filo diretto a quella afgana e a quella indiana. È una situazione molto complessa che coinvolge tanti Paesi e diversi soggetti, anche quelli considerati non appartenenti alle forze politiche istituzionali. Parliamo dunque di ‘State actors’ e di ‘Non-state actors’, di quei gruppi tribali di mentalità radicale che hanno un impatto determinante in tutto il processo. Bisogna distinguere all’interno dei ‘Non state actors’ tra taliban e non. Spesso gruppi non taliban stipulano accordi temporanei, di convenienza, con i Signori della guerra. Compito dell’Intelligence americana sarà quello di infiltrarsi in queste reti articolate e fare accordi con i capi tribù portando avanti una politica di coinvolgimento del network di conoscenze dei gruppi tribali”.

Il ministro agli Affari Esteri Frattini si recherà a Teheran per invitare il governo iraniano alla conferenza sul futuro dell’Afpak (i territori tribali della regione di confine Afghanistan-Pakistan) che si terrà a Trieste in giugno. Possiamo dire che l’Italia si è allineata in modo precipitoso alla politica estera statunitense, in particolare riguardo all’Iran? “La realtà geopolitica attuale dell’Asia centrale impone di agire in modo necessario e non più potendo scegliere come in passato. Se si guarda aldilà della corsa all’armamento nucleare, l’Iran gioca un ruolo fondamentale per altre ragioni, si tratta di una realtà geopolitica di grande influenza regionale e per questo è necessario coinvolgerlo. Ritengo che il cambiamento di rotta dell’amministrazione Obama e a seguito del governo italiano nei confronti di Teheran sia da ritenersi in un certo senso inevitabile”.



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