29 gennaio 1995 di Mario Marengo


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2 febbraio 2009

C’era il sole quel giorno e al “Ferraris” di Genova era di scena il Genoa contro il Milan. Una partita decisamente interessante, con i padroni di casa affamati di punti per non retrocedere e con gli ospiti desiderosi di continuare a mietere successi.
C’era il sole quel giorno quando con mio fratello andai allo stadio senza vessilli per timore di incontrare tifosi avversari lungo il tragitto dalla stazione di Genova Brignole. Volevamo trascorrere un pomeriggio divertente, guardando la nostra squadra del cuore e le giocate dei forti avversari rossoneri. Non sapevo ancora che di lì a poco quel pomeriggio sarebbe diventato un ricordo indelebile per tante persone.
C’era il sole quel giorno. Entrammo nella gradinata Sud già colma di tifosi rossoblù. Intendiamoci, il cuore della tifoseria del Genoa è sempre stata la Nord, ma volevamo stare tranquilli e goderci lo spettacolo del campo senza troppo caos.
I tifosi del Milan erano nel “gabbiotto” riservato ai supporters ospiti e da lì non avrebbero certo potuto nuocere più di tanto. Perché, lo ripeto, volevamo guardare la partita tranquilli come tante altre volte avevamo fatto.
C’era il sole quel giorno, mentre i tifosi intonavano il peana e le squadre scendevano in campo tra le ovazioni del pubblico. In quel periodo su Rai 2 andava in onda la prima versione di Quelli che il calcio (quella vera, senza tante urla, senza ospiti che si vantano di non saper fare nulla e senza zoccoline varie) con Fabio Fazio in veste di conduttore, ben coadiuvato da Carlo Sassi, Marino Bartoletti e altri personaggi legati allo sport con la esse maiuscola.
C’era il sole quel giorno quando il primo tempo finì a reti inviolate, con la noia interrotta solo da una traversa colpita dal milanista Marco Simone che per qualche attimo aveva ammutolito i tifosi del Genoa.
C’era il sole quel giorno quando i tifosi del Milan nel loro gabbiotto urlavano slogan per me incomprensibili: “Vi abbiamo fatto i tagli! Tutti a fettine, sarete tutti a fettine!”
C’era il sole quel giorno e davvero non capivamo quelle farneticazioni e come noi anche altre persone sugli spalti. Quasi quasi mi facevano persino sorridere, con quella specie di umorismo demenziale fatto di ripetuti nonsense. Solo pochi minuti dopo si diffuse la voce che un tifoso del Genoa era stato ucciso da una coltellata inferta da un ultrà del Milan prima dell’inizio della partita.
C’era il sole quel giorno e lo stadio era ormai un calderone pronto ad esplodere. Ora erano i tifosi del Genoa ad urlare e a promettere botte e morte ai milanisti. Nel gabbiotto c’era anche l’assassino, coperto dall’omertà dei suoi compari e dallo spirito di fratellanza che anima i tifosi più facinorosi, quelli frustrati dalla vita, quelli incapaci di relazioni sociali al di fuori del mondo del calcio.
C’era il sole quel giorno, mentre i capitani Vincenzo Torrente e Franco Baresi al microfono invitavano le tifoserie alla calma e comunicavano che le squadre non sarebbero tornate in campo a disputare il secondo tempo. Fabio Fazio interruppe il suo programma con un “non ce la sentiamo di andare avanti”, proprio mentre i nostri genitori stavano seguendo alla televisione le scene di guerriglia urbana che si stava per scatenare fuori dallo stadio.
C’era il sole quel giorno quando uscimmo con affanno dallo stadio e ci facemmo largo tra volti bendati muniti di spranghe e agenti delle forze dell’ordine in procinto di randellare. In quegli anni i telefonini erano un lusso per pochi intimi e il nostro primo pensiero era di trovare un telefono pubblico per avvisare a casa che stavamo bene e che ci saremmo infilati nel primo treno disponibile.
C’era il sole quel giorno quando vedevamo famiglie con bambini piccoli intente a trovare una via di fuga, lontano il più possibile dalle zone calde. I tifosi del Genoa aspettavano l’uscita di quelli rossoneri e nel frattempo si esercitavano colpendo quello che capitava loro a tiro. L’amarezza di aver perduto un amico si stava trasformando in rabbia distruttiva e vendicativa. I tifosi rossoneri avrebbero lasciato lo stadio solo verso mezzanotte, scortati dalle forze dell’ordine.
C’era il sole quel giorno quando finalmente nei pressi della stazione Brignole riuscimmo a chiamare a casa e a tranquillizzare i nostri genitori, ovviamente non meno preoccupati di prima, almeno fino a quando non ci avessero rivisti sani e salvi tra le mura domestiche.
C’era ancora il sole quel giorno mentre un treno regionale ci portava lontani da quell’inferno, da quel tempio del calcio che tante e tante volte ci aveva accolti per pomeriggi divertenti da raccontare poi agli amici il giorno dopo.
Non c’era più il sole quando varcammo la soglia di casa e venimmo a conoscenza dello svolgimento dei fatti di quel maledetto pomeriggio: Claudio Vincenzo Spagnolo era stato ucciso da un ragazzo appena maggiorenne, in una via vicino allo stadio.
Una musica già sentita, un rituale che ciclicamente ritorna e scatena grandi polemiche e iniziative per arginare definitivamente la violenza dentro e fuori dagli stadi, senza mai giungere a significativi risultati. Coltelli e spranghe entrano ancora negli stadi, nonostante biglietti personalizzati, tornelli, ingente dispiegamento delle forze dell’ordine.
Sono trascorsi quattordici anni dalla morte di Claudio Vincenzo Spagnolo e per il calcio si muore ancora, come si moriva già decadi prima. L’odio per una maglia, per dei colori, per una città, ogni pretesto diventa buono per affondare lame o scagliare sassi.
Allo stadio vanno meno persone negli ultimi anni, sia per l’avvento delle pay tv che trasmettono ad libitum ogni partita di calcio inimmaginabile, sia per il timore di ritrovarsi immischiati in guerre di bande, anacronistiche e con protagonisti le ultime ruote del carrozzone dorato del pallone: i tifosi.
Salassati da biglietti esosi con i quali finanziare in parte i ricchi stipendi dei signori del pallone, intortati da fenomeni che amano la maglia finché un’altra maglia non se li mangerà, illusi che ogni partita sia pulita e onorata dai loro idoli, i tifosi si ubriacano di televisione, di giornalisti sportivi probabilmente privi della terza elementare, di slogan senza senso, si indebitano per fare l’abbonamento a Sky e per comprare un televisore da settemila pollici.
E chi ci rimette di più in tutto questo? Le squadre di calcio che perdono gente negli stadi? Macchè, coi soldi dei diritti televisivi pasteggiano anche meglio. Sono le squadre piccole a rimetterci, quelle dei piccoli paesi che militano nelle categorie più infime, quelle che un tempo avevano un centinaio di spettatori sugli spalti e che oggi ad andar bene possono contare solo sulla presenza di qualche parente dei giocatori e poco più.
Più confortevole la propria poltrona o lo sgabello di un bar per ammirare idoli da copertine patinate, piuttosto che una tribuna di cemento senza tettoia e senza seggiolini, ai margini di un campo in terra battuta, dove un amico o un cugino cercano di tenere alto l’onore del piccolo paese.
Un calcio destinato prima o poi ad implodere su sé stesso, ad autodecapitarsi. E allora forse ci sarà meno esasperazione, meno denaro da sprecare per i vari Ibrahimovic, Kakà e Ronaldinho e più risorse per i settori giovanili, anche delle squadre minori.
Meno odio, meno interessi e meno violenza nel calcio attuale sono possibili? La domanda resta in sospeso. Intanto il pallone corre su campi di denaro, su decreti spalmadebiti per società a rischio di bancarotta (ma protette dai potenti), su cancellazioni dai professionisti per piccole squadre senza agganci col potere, sulla vita di ragazzi che vedono nel calcio uno dei rari punti fermi delle loro fragili esistenze.
C’era il sole quel giorno quando tornai allo stadio di Genova, oltre dieci anni dopo quel tragico 29 gennaio 1995. Era una partita di Serie C con pochi spettatori per il Grifone alle prese con una piccola squadra dal nome impronunciabile e senza nemmeno un tifoso al seguito.
E c’era il sole quando per i colori di una maglia da calcio, un ragazzo ne uccise un altro, ponendo fine a una vita e devastandone per sempre un’altra, la sua.
C’era il sole quel giorno e al “Ferraris” di Genova non andò di scena il Genoa contro il Milan, ma a quel punto era solo un inutile dettaglio.


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