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2 febbraio 2009
C’era
il sole quel giorno e al “Ferraris” di Genova
era di scena il Genoa contro il Milan. Una partita decisamente
interessante, con i padroni di casa affamati di punti per
non retrocedere e con gli ospiti desiderosi di continuare
a mietere successi.
C’era il sole quel giorno quando con mio fratello andai
allo stadio senza vessilli per timore di incontrare tifosi
avversari lungo il tragitto dalla stazione di Genova Brignole.
Volevamo trascorrere un pomeriggio divertente, guardando la
nostra squadra del cuore e le giocate dei forti avversari
rossoneri. Non sapevo ancora che di lì a poco quel
pomeriggio sarebbe diventato un ricordo indelebile per tante
persone.
C’era il sole quel giorno. Entrammo nella gradinata
Sud già colma di tifosi rossoblù. Intendiamoci,
il cuore della tifoseria del Genoa è sempre stata la
Nord, ma volevamo stare tranquilli e goderci lo spettacolo
del campo senza troppo caos.
I tifosi del Milan erano nel “gabbiotto” riservato
ai supporters ospiti e da lì non avrebbero certo potuto
nuocere più di tanto. Perché, lo ripeto, volevamo
guardare la partita tranquilli come tante altre volte avevamo
fatto.
C’era il sole quel giorno, mentre i tifosi intonavano
il peana e le squadre scendevano in campo tra le ovazioni
del pubblico. In quel periodo su Rai 2 andava in onda la prima
versione di Quelli che il calcio (quella vera, senza tante
urla, senza ospiti che si vantano di non saper fare nulla
e senza zoccoline varie) con Fabio Fazio in veste di conduttore,
ben coadiuvato da Carlo Sassi, Marino Bartoletti e altri personaggi
legati allo sport con la esse maiuscola.
C’era il sole quel giorno quando il primo tempo finì
a reti inviolate, con la noia interrotta solo da una traversa
colpita dal milanista Marco Simone che per qualche attimo
aveva ammutolito i tifosi del Genoa.
C’era il sole quel giorno quando i tifosi del Milan
nel loro gabbiotto urlavano slogan per me incomprensibili:
“Vi abbiamo fatto i tagli! Tutti a fettine, sarete tutti
a fettine!”
C’era il sole quel giorno e davvero non capivamo quelle
farneticazioni e come noi anche altre persone sugli spalti.
Quasi quasi mi facevano persino sorridere, con quella specie
di umorismo demenziale fatto di ripetuti nonsense. Solo pochi
minuti dopo si diffuse la voce che un tifoso del Genoa era
stato ucciso da una coltellata inferta da un ultrà
del Milan prima dell’inizio della partita.
C’era il sole quel giorno e lo stadio era ormai un calderone
pronto ad esplodere. Ora erano i tifosi del Genoa ad urlare
e a promettere botte e morte ai milanisti. Nel gabbiotto c’era
anche l’assassino, coperto dall’omertà
dei suoi compari e dallo spirito di fratellanza che anima
i tifosi più facinorosi, quelli frustrati dalla vita,
quelli incapaci di relazioni sociali al di fuori del mondo
del calcio.
C’era il sole quel giorno, mentre i capitani Vincenzo
Torrente e Franco Baresi al microfono invitavano le tifoserie
alla calma e comunicavano che le squadre non sarebbero tornate
in campo a disputare il secondo tempo. Fabio Fazio interruppe
il suo programma con un “non ce la sentiamo di andare
avanti”, proprio mentre i nostri genitori stavano seguendo
alla televisione le scene di guerriglia urbana che si stava
per scatenare fuori dallo stadio.
C’era il sole quel giorno quando uscimmo con affanno
dallo stadio e ci facemmo largo tra volti bendati muniti di
spranghe e agenti delle forze dell’ordine in procinto
di randellare. In quegli anni i telefonini erano un lusso
per pochi intimi e il nostro primo pensiero era di trovare
un telefono pubblico per avvisare a casa che stavamo bene
e che ci saremmo infilati nel primo treno disponibile.
C’era il sole quel giorno quando vedevamo famiglie con
bambini piccoli intente a trovare una via di fuga, lontano
il più possibile dalle zone calde. I tifosi del Genoa
aspettavano l’uscita di quelli rossoneri e nel frattempo
si esercitavano colpendo quello che capitava loro a tiro.
L’amarezza di aver perduto un amico si stava trasformando
in rabbia distruttiva e vendicativa. I tifosi rossoneri avrebbero
lasciato lo stadio solo verso mezzanotte, scortati dalle forze
dell’ordine.
C’era il sole quel giorno quando finalmente nei pressi
della stazione Brignole riuscimmo a chiamare a casa e a tranquillizzare
i nostri genitori, ovviamente non meno preoccupati di prima,
almeno fino a quando non ci avessero rivisti sani e salvi
tra le mura domestiche.
C’era ancora il sole quel giorno mentre un treno regionale
ci portava lontani da quell’inferno, da quel tempio
del calcio che tante e tante volte ci aveva accolti per pomeriggi
divertenti da raccontare poi agli amici il giorno dopo.
Non c’era più il sole quando varcammo la soglia
di casa e venimmo a conoscenza dello svolgimento dei fatti
di quel maledetto pomeriggio: Claudio Vincenzo Spagnolo era
stato ucciso da un ragazzo appena maggiorenne, in una via
vicino allo stadio.
Una musica già sentita, un rituale che ciclicamente
ritorna e scatena grandi polemiche e iniziative per arginare
definitivamente la violenza dentro e fuori dagli stadi, senza
mai giungere a significativi risultati. Coltelli e spranghe
entrano ancora negli stadi, nonostante biglietti personalizzati,
tornelli, ingente dispiegamento delle forze dell’ordine.
Sono trascorsi quattordici anni dalla morte di Claudio Vincenzo
Spagnolo e per il calcio si muore ancora, come si moriva già
decadi prima. L’odio per una maglia, per dei colori,
per una città, ogni pretesto diventa buono per affondare
lame o scagliare sassi.
Allo stadio vanno meno persone negli ultimi anni, sia per
l’avvento delle pay tv che trasmettono ad libitum ogni
partita di calcio inimmaginabile, sia per il timore di ritrovarsi
immischiati in guerre di bande, anacronistiche e con protagonisti
le ultime ruote del carrozzone dorato del pallone: i tifosi.
Salassati da biglietti esosi con i quali finanziare in parte
i ricchi stipendi dei signori del pallone, intortati da fenomeni
che amano la maglia finché un’altra maglia non
se li mangerà, illusi che ogni partita sia pulita e
onorata dai loro idoli, i tifosi si ubriacano di televisione,
di giornalisti sportivi probabilmente privi della terza elementare,
di slogan senza senso, si indebitano per fare l’abbonamento
a Sky e per comprare un televisore da settemila pollici.
E chi ci rimette di più in tutto questo? Le squadre
di calcio che perdono gente negli stadi? Macchè, coi
soldi dei diritti televisivi pasteggiano anche meglio. Sono
le squadre piccole a rimetterci, quelle dei piccoli paesi
che militano nelle categorie più infime, quelle che
un tempo avevano un centinaio di spettatori sugli spalti e
che oggi ad andar bene possono contare solo sulla presenza
di qualche parente dei giocatori e poco più.
Più confortevole la propria poltrona o lo sgabello
di un bar per ammirare idoli da copertine patinate, piuttosto
che una tribuna di cemento senza tettoia e senza seggiolini,
ai margini di un campo in terra battuta, dove un amico o un
cugino cercano di tenere alto l’onore del piccolo paese.
Un calcio destinato prima o poi ad implodere su sé
stesso, ad autodecapitarsi. E allora forse ci sarà
meno esasperazione, meno denaro da sprecare per i vari Ibrahimovic,
Kakà e Ronaldinho e più risorse per i settori
giovanili, anche delle squadre minori.
Meno odio, meno interessi e meno violenza nel calcio attuale
sono possibili? La domanda resta in sospeso. Intanto il pallone
corre su campi di denaro, su decreti spalmadebiti per società
a rischio di bancarotta (ma protette dai potenti), su cancellazioni
dai professionisti per piccole squadre senza agganci col potere,
sulla vita di ragazzi che vedono nel calcio uno dei rari punti
fermi delle loro fragili esistenze.
C’era il sole quel giorno quando tornai allo stadio
di Genova, oltre dieci anni dopo quel tragico 29 gennaio 1995.
Era una partita di Serie C con pochi spettatori per il Grifone
alle prese con una piccola squadra dal nome impronunciabile
e senza nemmeno un tifoso al seguito.
E c’era il sole quando per i colori di una maglia da
calcio, un ragazzo ne uccise un altro, ponendo fine a una
vita e devastandone per sempre un’altra, la sua.
C’era il sole quel giorno e al “Ferraris”
di Genova non andò di scena il Genoa contro il Milan,
ma a quel punto era solo un inutile dettaglio.
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