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9 aprile 2009
Dunque, di DAB, la prima volta se ne
è parlato, in Italia, intorno alla seconda metà
degli anni ’80. Oltre venti anni fa, quindi. Poi, dopo
due lustri di naftalina, nell’ultimo biennio del secolo
scorso, si è partiti alla stragrande, con autorizzazioni
a termine, sperimentazioni sconclusionate e confusione senza
parsimonia. Questo dalla parte del regolatore e degli operatori.
Dalla parte dell’utenza (ricevente), invece, zero assoluto.
Vitalità del mercato dei ricevitori da elettroencefalogramma
piatto e totale indifferenza del pubblico ancora saldamente
legato all’FM. Dall'inizio del millennio si è,
in maniera altalenante, tornati sull’argomento e, con
analogo esito, sono state tentate altre sperimentazioni. L’unica
cosa buona che è stata conseguita, dopo aver buttato
al vento milioni di euro, è stato il riconoscimento,
più o meno esplicito, del principio della neutralità
tecnologica. In pratica: provate i vari formati (DAB, DAB+,
DRM, DMB, DAB-S, fmeXtra, HD Radio, ecc.) e vinca il migliore.
Un po’ come successe negli anni ’70 con gli standard
dei videoregistratori (VHS, Betamax, Video 2000) e sul finire
degli ’80 nella guerra tra CD, DAT e Minidisk. Certo
che, viste le difficoltà connesse alla migrazione del
monoformato digitale televisivo (DVB-T, con derivazione mobile
DVB-H), ben si può immaginare cosa accadrà con
la radio. Del resto, non ci vuole un genio per capire che
finché non si consoliderà sul mercato globale
(e non certamente solo su quello nazionale) la tecnologia
univoca, ben difficilmente i produttori di ricevitori si lanceranno
con convinzione nella realizzazione e distribuzione. Per quanto
riguarda poi l'utenza, qualcuno dovrebbe magari riflettere
sulle relative reali esigenze. Non pare, infatti, che tra
gli ascoltatori regni questa grande attesa di una sostituzione
della radio analogica in modulazione di frequenza. Non può
poi sottacersi che le esperienze dei paesi europei a riguardo
siano state finora molto istruttive a riguardo dei facili
quanto finanziariamente tremendi fallimenti in cui si può
incorrere introducendo tecnologie non (ancora) richieste.
Vedremo quindi come andrà a finire l’ennesimo
tentativo di regolamentazione atteso entro l'estate da Agcom.
Intanto, però, la radio via Internet è già
ascoltata da oltre il 20% degli italiani. Anche in movimento.
Ci sorge quindi un dubbio: che la radio digitale sia già
arrivata e si sia accomodata senza che i nostri esperti se
ne siano accorti?
(newslinet.it)
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