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6 aprile 2009
Con un messaggio
firmato da uno dei fondatori e pubblicato sul blog ufficiale,
Last.fm ha annunciato di aver rinviato la trasformazione a
pagamento del suo servizio di webradio musicali in streaming.
Per ora le radio rimangono gratuite non soltanto per gli utenti
di Stati Uniti, Regno Unito e Germania (che non erano coinvolti
dalla novità) ma anche per tutti gli altri.
Richard Jones ha spiegato che in questo modo Last.fm potrà
provvedere ad aggiungere al servizio alcune funzionalità
aggiuntive richieste dagli utenti, come la possibilità
di regalare l'abbonamento a qualche amico, nuovi metodi di
pagamento e nuove opzioni per gli sviluppatori di software
esterni che utilizzano le radio. "Abbiamo ricevuto molto
feedback da parte degli utenti e siamo in ascolto", scrive
Jones.
Se - come è presumibile - il feedback è simile
a quello ricevuto dal mio precedente post sulla questione,
dove la stragrande maggioranza degli intervenuti ha dichiarato
di non avere alcuna intenzione di pagare la quota di abbonamento
mensile, negli uffici di Last.fm non devono aver certo passato
dei giorni tranquilli. Per molte ragioni psicologiche e "ambientali"
(dalla crisi economica globale alla presenza di molte alternative
gratuite al difficile ostacolo di un servizio gratis che diventa
a pagamento senza offrire niente di più), il cambiamento
sembra arrivare proprio nel momento e nel modo meno indicato.
E per un servizio come Last.fm, in un ambiente dominato dalla
concorrenza come è quello dei social network musicali,
un'emorragia di utenti sarebbe un colpo molto duro da assorbire.
Jones ha anche cercato di spiegare nuovamente le ragioni che
hanno spinto Last.fm verso la rivoluzione a pagamento. Ragioni
che poi sono sempre le solite due, inesorabilmente intrecciate:
le basse entrate pubblicitarie e le richieste di case discografiche
e agenzie di raccolta royalties. I soldi che Last.fm riceve
dalla pubblicità evidentemente non bastano a soddisfare
le richieste di major e siae assortite. La scelta di "salvare"
gli Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania è legata
al fatto che evidentemente in quei paesi la base di utenti
è più numerosa e garantisce delle entrate che
Last.fm considera sufficienti a pagare i diritti (anche se,
facendo l'avvocato del diavolo, qualcuno potrebbe sospettare
che i soldi pagati dagli utenti degli altri paesi possano
venire utilizzati anche per coprire le royalties in Stati
Uniti, Gran Bretagna e Germania, mercati chiave dove è
molto più importante mantenere una forte comunità).
Il problema non riguarda solo Last.fm. Persino un gigante
come YouTube (e il suo padrone Google) sta tribolando non
poco nella fase negoziale per ottenere le licenze per i suoi
video. E altre storie, anche piuttosto paradossali, emergono
qua e là. Pochi giorni fa, Michael Arrington di TechCrunch
ha pubblicato la vicenda di un servizio in streaming (anonimo)
che ha implorato lo stesso Arrington di non esaltarlo con
un articolo positivo, perchè una buona stampa gli avrebbe
reso la vita molto più difficile nelle trattative con
le società detentrici dei diritti sui contenuti che
il servizio vorrebbe proporre in streaming. Strategie, ovviamente.
Ma strategie che rivelano una situazione di stallo che si
tira avanti da ormai diversi anni, senza dare segni di un
vicino sblocco.
Da un lato ci sono le start-up che provano a lanciare nuovi
modelli in streaming, sfruttando le immense potenzialità
offerte dalle infrastrutture digitali ma senza avere ancora
trovato un modello di business significativo (la situazione
ovviamente varia caso per caso: un conto è Last.fm,
un conto Google). Dall'altra ci sono i padroni tradizionali
dell'industria dei contenuti che esigono un'immediata compensazione
economica in cambio delle licenze per lo streaming.
Se le due parti non trovano l'accordo, il rischio è
il fallimento del servizio: un'ipotesi che ovviamente preoccupa
più le neonate start up che non l'industria dei contenuti
(che, anzi, inizia a vedere i modelli in streaming con la
stessa diffidenza storicamente mostrata nei confronti di qualsiasi
altra novità di Internet).
Rimane solo un'impressione, che è probabilmente anche
la radice del problema. Su Internet non si possono applicare
le stesse regole utilizzate per altri servizi precedenti alla
rivoluzione digitale. Nel regno dell'abbondanza della fruizione
musicale (in streaming, in download, video, sonora, testuale),
non si può pensare che ogni singola riproduzione in
streaming di un brano possa avere un suo valore economico
unitario, per quanto risicato. Gli stessi 3 euro mensili di
abbonamento richiesti da Last.fm probabilmente non basterebbero
a soddisfare le esigenze economiche di un simile schema.
Per molti utenti, la musica su Internet è ormai un
servizio in flusso continuo. Radio come quelle di Last.fm
si lasciano accese anche per diverse ore consecutive. L'utente
è ormai abituato a un'esperienza musicale totalizzante,
potenzialmente spalmata su 24 ore al giorno, 7 giorni alla
settimana. Di conseguenza, il valore economico della musica
non è più quello di un tempo.
Il valore economico non sta più nel singolo streaming,
ma nel servizio preso nel suo complesso. Se l'abbonamento
è la modalità di transazione commerciale con
cui Last.fm prova a rivolgersi all'utente, allora una forma
di abbonamento (e non la percentuale sul singolo streaming)
dovrebbe probabilmente essere anche il tipo di rapporto che
lega Last.fm a case discografiche, società di raccolta
royalties e affini.
(LaStampa.it)
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