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5 Febbraio 2008
Esistono uomini che amano ancora sognare. Esiste una generazione che dei sogni più o meno impossibili da esaudire ha fatto la sua bandiera, il suo simbolo: i trentenni di oggi. Figli di ideali morti o agonizzanti nel baratro della storia e senza altri baluardi da seguire ed inseguire. Stritolati da un mondo che non è precario solo nel lavoro, ma lo è negli affetti, nei modi di essere, nelle movenze di ogni giorno. I trentenni, che hanno vissuto le rivoluzioni tecnologiche di internet e dei cellulari come una violenza ad un modo di vivere che era più vicino agli anni settanta, con vespe “smarmittate” e perenni festini con gli amici, che agli iperbolici anni della tecnologia al potere.
Questi trentenni però hanno in maniera quasi naturale innalzato i loro sogni a barriera della propria esistenza. Hanno inventato luoghi di aggregazione, hanno fatto del nulla una materia plasmabile per realizzare qualcosa. Soprattutto hanno mantenuto abbassato il ponte levatoio della comunicazione tra simili, della discussione, magari con la sensazione di trovarsi sempre fuori dal tempo, ma con altrettanta voglia di capire cosa muove i passi dei ventenni schizzati di oggi e cosa frena l’andamento dei quarantenni depressi di ieri.
Al sud poi, dove i mezzi sono sempre scarsi, i soldi pochi, la comprensione della gente quasi nulla e la comunicazione è in mano agli amici degli amici, che poi sono sempre amici di chi governa in modo da governare ogni cambiamento, lì è ancora più difficile farsi sentire. Ma i trentenni meridionali, magari reduci dalle università o dalle fabbriche di tutta Italia e rientrati inseguendo un sogno di cambiamento per la loro terra, sono gente tosta che soprattutto non ha più niente da perdere, non ha rendite di posizione da conservare ed è, nella maggior parte dei casi, anche “incazzata”; questa generazione ha la capacità di creare dal nulla veri e propri miracoli di aggregazione.
Poi c’è chi dalla sua terra non si è mai mosso, che ha rifiutato categoricamente di abbandonare lo specchio di mare che Pirandello amava definire “africano” e che però, arrangiandosi così come solo i siciliani sanno fare, ha aperto su internet una porta sul mondo, marchiandola con il codice di avviamento postale della sua Agrigento: 92100. www.novantaduecento.it, sito internet che nasce però dopo una vita passata dentro un’emittente radiofonica “Radio Vela”, l’unica ancora in etere ad Agrigento città. Riccardo Gaz è il protagonista di tutto questo, un trentenne, un sognatore, che si rifiuta di trovarsi un “travaglio serio” (così come fa dire all’attore che interpreta suo padre in un corto bellissimo dal titolo “Trentanni”). Un ragazzo che passa la sua vita a dare corpo da un microfono a suggestioni senza tempo, che cerca di ancorare in ogni modo la sua gente dispersa alla terra che li ha generati. Il suo modo di raccontarsi, insieme alla sua allegra brigata, è brioso, ma non riesce a nascondere del tutto l’inquietitudine della sua generazione, di un isola che dovrebbe essere diversa, ma che non cambia mai, lasciando sempre la voglia latente di una resa onorevole, ma pur sempre resa.”Semu di passaggiu” un’altra frase detta nel corto di Gaz, ci spiega perché da tutte le parti d’Italia, nonostante un clima poco felice, una generazione a cui hanno rubato il futuro cerca in tutti i modi di riappropriarsi del presente. Che questo avvenga spesso tramite le onde o il bit di una radio è del tutto comprensibile.
L’immagine può essere camuffata, la parola no. La radio è ancora una volta, come negli anni settanta, frontiera di libertà di espressione. Bandierina piantata sul bubbone di una comunicazione medianica che annulla le differenze. Gaz parte in marzo per un tour tra i ragazzi agrigentini emigrati in giro per lo stivale. Non chiede nulla, solo un letto e una postazione Adsl da cui raccontare la Sicilia vista da un’angolazione diversa. Un modo per riabbracciare vecchi amici e per farsene dei nuovi nel nome e per conto della radio. Ma ogni giorno Riccardo ci racconta da Radio Vela e da www.novantaduecento.it la sua città come nessun altro potrebbe fare. Perchè come tutta la sua generazione dei sei lustri ha visto così tanto buio da saper trasformare la luce flebile di una stella in un sole pieno di speranza.
Gaetano Alessi
www.gaetanoalessi.blogspot.com
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