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1 aprile 2008
San Remo è, dagli addetti ai lavori, considerato l’ultima autentica e sola possibilità di promozionare “adeguatamente” la musica italiana.
D’accordo, il Paese (l’Italia), negli anni passati (fino agli ’80), era un Paese diverso e soprattutto i mezzi e i supporti che contribuivano alla diffusione musicale erano certamente altri e, per certi versi, anche più accessibili. Solo negli anni ’60 e ’70… e giù di lì, oltre a San Remo, c’erano stati, il “Cantagiro”, “Canzonissima”, “Un disco per l’Estate” e il sopravvissuto “Festivalbar”.
Ecco, oggi come per “par condicio” la Rai ha Sanremo e Mediaset il Festivalbar.
Tutti e due questi eventi musicali risentono non poco della situazione che a monte è generata dal mondo della cosiddetta industria discografica, frazionato e men che meno unito secondo interessi e visioni a volte veramente difficili da comprendere.
Ma torniamo a San Remo nello specifico.
Credo che ne siano state provate quasi tutte per tentare di generare quanta più attenzione possibile verso il festival, ma il risultato (e sarei ben felice di essere smentito), è sotto gli occhi di tutti.
Certo, gli errori possono farli tutti e sarebbe fin troppo facile evadere il problema addossando tutte le responsabilità alla sola scelta artistica delle canzoni… si può scegliere bene e si può scegliere male… il problema secondo me è veramente un altro ed è che San Remo non è più, da tempo, il festival della canzone italiana.
Caso mai è un festival che la RAI gestisce non preoccupandosi più della canzone italiana ma degli sponsor che racimola grazie a questo.
Punto e fine.
Le canzoni sono un dettaglio… è l’insieme del programma, che occorre funzioni! Non importa che la musica sia buona o cattiva, vendibile oppure no… è importante l’abito, il commento… la coreografia!!!
Ed è bene che si sappia: i discografici sanno perfettamente che è così, che il fenomeno è tale, tanto da essere stato più volte argomento di ampia e approfondita discussione tra gli stessi (ma sempre a porte chiuse).
Ed è proprio nel circolo vizioso del rapporto tra discografici (soprattutto major), e RAI che va ricercato il “cancro” che finirà con l’uccidere definitivamente… anche San Remo.
La città? La città di San Remo è succube, come “imbottigliata” dentro a un accordo con la RAI che non le consente in pratica di avere voce in capitolo, ne anche lei fa nulla per rimettersi in discussione, tanto che dal punto di vista della competizione è certamente molto più credibile “Vudstock in Sabina”.
In questo caso, credo che la cecità strutturale della RAI è quanto di più palpabile. Così facendo è proprio la RAI stessa che cercando di generare un fenomeno di tipo diverso ha generato invece un meccanismo di slaccio dal pubblico che non si sente assolutamente più minimamente coinvolto nel pathos di una gara e/o di una scelta.
La sensazione e la percezione è che tutto sia già bene organizzato e quindi finalizzato ad altro rispetto che alla elezione di un vero fenomeno musicale, magari non sempre condivisibile, ma intorno al quale almeno il pubblico può sentirsi chiamato a concorrere.
Qualcuno ricorda per caso che fine hanno fatto le “giurie popolari”?
Quelle vere… quelle che quando meno te lo aspetti cambiano, magari per poco, un risultato già acclamato.
Certo, questo comporta dei rischi. Comporta che ognuno, a cominciare dai cantanti e dai discografici affermati, deve mettersi in discussione. Comporta che con nessuno è possibile pre-ordinare la risultante.
Come al solito… la gente, il pubblico… (il pubblico pagante… ricordate…), non esiste, non c’è, non conta. O meglio, sono solo un branco di pecore cui dire cosa fare e dove andare…
Peccato che da quello stesso branco si pretenda, dopo, di tosargli la lana quando ancora non è ricresciuta.
Basterebbe che il festival durasse tre serate e che permettesse al pubblico di rientrare in gioco, di sentirsi veramente coinvolto, partecipe e co-protagonista.
D’altronde, la musica per chi si fa…? Per cosa, è meglio neanche pensarlo! (Anche se a domande come queste nessuno vuole più rispondere).
Una volta di più sono gli ascolti “flop” (tra l’altro), della prime serate a fare notizia, così come gli orpelli a margine della competizione canora, non le stecche e i fuori tempo di “grandi professionisti” e la mediocre qualità della musica proposta.
Ho quasi nostalgia di quei presentatori (non direttori artistici), che quasi seriosamente si limitavano a presentare le canzoni…. Come per esempio: …“di Pintucci-Di Bari-Masini, I giorni dell’arcobaleno, dirige l’orchestra il maestro Piero Pintucci, canta Nicola Di Bari… partiva l’applauso… partiva la canzone… e la “gente” ascoltava: voci che sapevano cantare veramente!
Questa però… forse, è un’altra storia! |