IL RUOLO SOCIALE DELL’ARTISTA  di Pietro Paluello

giancarlo menotti
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31 gennaio 2008

Ci si pensa mai?
Soprattutto lo dico a coloro che con  l’arte e con gli artisti, siano questi musicisti, scrittori, attori, pittori ecc, professano cultura.
Prendiamo per esempio questo nostro tempo attuale e, sempre per esempio, la musica contemporanea, a qualsiasi genere appartenga; ricopre un ruolo sociale? chi la fa ne è consapevole? In parole povere, l’artista oggi, nell’oggi consumistico e globalizzato, riesce ad avere un ruolo e una dimensione di tipo sociale?
E poi che cos’è e chi è (se c’è), l’artista che con la propria arte si compenetra al punto di dover essere considerato necessario, socialmente parlando, nei confronti della comunità.
Quando nella seconda metà degli anni cinquanta, Gian Carlo Menotti cominciò a cercare in Italia un luogo “ideale” dove poter dimostrare al mondo che l’artista ha e può avere un ruolo sociale e socialmente utile, come il panettiere, l’infermiere o il netturbino, si fermò a Spoleto e scelse questa piccola cittadina umbra per dare inizio al Festival dei Due Mondi.
Anche poco tempo prima di morire ha ribadito che la sua idea, la sua esigenza, era quella di cercare la dimensione sociale dell’artista in un contesto, anche urbanistico, che lo permettesse.
Ha successivamente poi rimarcato che, dopo i primi dieci anni di Festival, questa dimostrazione e la misura del realistico dimensionamento della cosa, arano ormai un dato di fatto.
Per lui, Spoleto, era un’esperienza che si poteva forse anche chiudere lì e che invece ha caparbiamente e coerentemente portato avanti fino a finire, praticamente, con gli ultimi suoi anni di vita.
Che brividi!!!
Pensare a Pasolini, Quasimodo, Montale, Ungaretti o a Ionesco, a Ezra Pound… tutti insieme a declamare le loro poesie… per non parlare della sequela di grandissimi nomi unitamente a giovani promesse, che saranno poi grandi (anche attori come Al Pacino e Tomas Milian). Insomma ripercorrere l’elenco degli eventi…, e che eventi, e dei personaggi… e che personaggi, che in cinquant’anni si sono potuti ritrovare a Spoleto, fa letteralmente ammutolire.
Quella formula del mettere insieme in un luogo “adatto” le diverse espressioni ed esperienze artistiche, dimostrò, all’epoca, come l’arte poteva mutare il destino di un luogo.
Spoleto, è incontrovertibile, effettivamente mutò.  Forse aveva già in se i segni di una predisposizione ma spiccò librandosi veramente in un nuovo volo.
Menotti cercava e voleva dimostrare che un artista, soprattutto nell’america di allora, ma anche un po’ in tutto il resto del mondo, non era solo “l’intrattenitore da dessert” dei buoni salotti.
Lui, con la semplicità e l’umiltà di un grande, osò, rischiando anche personalmente e mettendosi in discussione ma chiese anche agli altri (artisti), di osare e di mettersi in discussione.
Credeva che l’arte, come la scienza, non debba porsi limiti… e se sbaglia, pazienza!
Ci si riprova, si torna un passo indietro e poi… su, via di nuovo… fino a imbroccarla!
L’evoluzione è piena di utopie.
Un tempo, almeno da noi in Europa, ma anche in America,  era così pure per la politica.
La mitica frase di Martin Luther King: “I have a dream”… è di appena cinque anni dopo l’inizio del Festival dei Due Mondi.
Gian Carlo Menotti ci ha lasciato un anno fa, il 1 febbraio 2007, a 96 anni. In vita è stato l’autore più rappresentato al mondo.
Del Festival di Spoleto non sappiamo ancora cosa sarà, ma credo che se  tornasse a guardare bene “dentro” la propria stessa storia, e a cercare nei perché e nei come di certe esperienze di taluni artisti all’interno del suo contesto,  potrebbe ritrovare la medesima importante spinta che lo ha reso unico e conosciuto in tutto il  mondo.
Menotti ci ha lasciato la sua musica che è importantissima e sicuramente da rivisitare sempre alla luce di quei temi più attinenti al sociale e alla socialità.
Diceva che “la verità non è altro che la ricerca della verità”.
Nelle sue opere liriche, ma non solo in quelle, al centro c’è sempre l’uomo. L’uomo che può migliorare, l’uomo che può cambiare il destino delle sue cose, l’uomo che non si nasconde dietro le menzogne ma che cerca, appunto, la verità.
In questi giorni, a commemorarlo, esce la ristampa in digitale della prima edizione con il primo cast storico ( è l’edizione del 1950, quella che non è stata mai successivamente ripubblicata, tanto meno in CD), de “Il Console” (The Consul).
Gli valse nel 1950 il Premio Pulitzer per la musica ( lo riprenderà poi nel ’54 con “La Santa di Bleecker Street”)
L’argomento de “Il Console” è di una attualità formidabile, assolutamente palpabile e lo spunto gli fu dato da una notizia che alla fine degli anni ’40 lesse su un giornale.
La storia, ambientata in una città qualunque del continente europeo, narra delle vicissitudini di una umile coppia di immigrati, alle prese con la polizia politica e con la burocrazia che non gli consente di poter vivere liberamente e dignitosamente, uccidendo tutti i loro sogni e le loro speranze.
Lei, la protagonista,  morirà suicida invocando inutilmente pietà e compassione a un Console che non mostrerà mai disponibilità, trincerato com’è, dietro alle carte della sua burocrazia.

“I have a dream…”
Oggi, qual è il sogno?



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