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22 dicembre 2008
Il summit sull’industria della comunicazione tenutosi
a Roma il 18/12, durante il quale è stato presentato
il Rapporto Iem della Fondazione Rosselli, ha consacrato l'ascolto
radiofonico massiccio via smartphone da parte degli italiani:
22%, contro il 13% di Francia, il 14% di Germania ed il 18%
della Gran Bretagna.
Poco rilevante che spesso ciò avvenga attraverso il
ricevitore FM sul cellulare: è questione di tempo e
l'ascolto passerà anche sul telefonino esclusivamente
attraverso il webcasting. Il punto è che l'utenza sta
cominciando a identificare il cellulare come piattaforma multiuso
e di ciò occorre prendere atto.
Anche Internet ha incentivato l'ascolto della radio (musicale)
alternativa alla classica FM: il 20% degli italiani ha dichiarato
di ascoltare di più la radio da quando il web ha avuto
larga diffusione, a confermare la convergenza delle tecnologie
verso la tripla W, che sarà il mare magnum da cui pescare
tutto.
Come da (tanto) tempo stiamo scrivendo su queste pagine, gli
editori radiofonici nostrani, anziché testare improbabili
tecnologie di nicchia buttando al vento centinaia di migliaia
di euro, dovrebbero prendere atto dei suddetti numeri (cioè
della realtà fattuale) e pensare maggiormente a consolidare
il proprio ruolo di content provider su altri mezzi di diffusione
già esistenti e consolidati e quindi immediatamente
fruibili, senza temere di dover necessariamente pagare pedaggio
dai network provider telefonici (e satellitari), che invece
paiono, al contrario, alla disperata ricerca di valore aggiunto
(i contenuti, appunto), da dedicare alla propria utenza.
Tanto più che, a breve, non sarà più
possibile discriminare nemmeno tale ruolo, nella misura in
cui il mero accesso al web dal cellulare con contenute tariffe
flat di regola (e quindi prescindendo dalla durata del collegamento)
consentirà di disporre, senza distinzione, di qualsiasi
contenuto presente in Internet (testo, immagine, audio o video).
E' un falso luogo comune che il mero fornitore di contenuti
si ponga su un gradino inferiore (di dipendenza) rispetto
all'operatore di rete. Il successo di Sky, una piattaforma
di soli contenuti, dimostra infatti che si può avere
un ruolo determinante anche solo connotandosi come content
provider. Nessuno si sogna di dire, infatti, che Sky, intesa
come piattaforma di contenuti, sia in condizione di sudditanza
rispetto al provider satellitare. Semplicemente i due soggetti
hanno un ruolo differente, solo convergente in termini di
business.
Sul versante analogico, le emittenti radio attuali potranno
invece continuare, ancora per lungo tempo (10/15 anni, almeno
con l'attuale tecnologia), a godere degli assetti in modulazione
di frequenza in qualità sia di content che di network
provider (peraltro è opinione di una dottrina sempre
crescente che anche in ambiente analogico la dicotomia sia
attuabile nel rispetto del diritto positivo). Finché
- ed è circostanza inevitabile - anche l'FM si digitalizzerà,
dopo una fase di simulcasting.
(newslinet.it)
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