Clicca
qui per stampare questo articolo
|
9 giugno 2008
“Lo scopo della musica è creare la bellezza; oggi i nuovi talenti lavorano più con la testa che con il cuore e sono incapaci di entusiasmo.”
mazione è di Sergei Rachmaninov e seppur coniata nei confronti del linguaggio musicale moderno (quello dell’inizio del secolo scorso), può tranquillamente essere indirizzata alla nostra musica contemporanea, con un particolare riferimento alla musica leggera e più ancora a quella italiana.
Nel concetto di “bellezza” spesso fallisce ogni nostra definibile certezza.
Qualcosa o qualcuno sposta un po’ più su, in alto, la linea o l’asta oltre la quale cercare di dover saltare tanto che… spesso, ricadiamo rovinando a terra insieme a quella stessa irraggiungibile asta.
E’ che forse, a volte, il segreto o “il trucco” per raggiungerla e doppiarla è più in basso, più a portata di mano… è solo che noi non riusciamo a vederlo, a comprenderlo.
Finiamo troppo spesso con il farci male da soli avvitandoci su noi stessi.
Ah, cos’è e quanto poco si riascolta “vecchio frack” di Modugno. Non c’è quasi nulla, non c’è orchestra piena, non c’è frenesia ma Dio! quanta eleganza in quel battere di chitarra, che poesia in quel verso inconsapevole per chiamare un gatto “che randagio – come il protagonista della canzone – se ne va”, che melodia in quelle parole rotonde e ben distese, distanziate tra di loro senza fretta e fatte solo di voce… e pause.
Eppure è semplice, una voce e una chitarra… diciamo che poi c’è un cuore e che cuore!…e questo, oggi noi, non siamo più capaci di metterlo nelle cose che facciamo.
Qualcuno potrà gridare pregno di gioia e di osannante stupore al furbesco candore della nuova canzone di Jovanotti.
Ha il pregio, se non altro, di ricordarci che la musica è fatta di cose semplici e comprensibili e non importa se la sua “s” è sempre pronunciata da far drizzare i capelli e che appena appena le frasi si inerpicano in una sorta di piccola e infantile melodia… le parole sono quelle scaturite dal suo cuore, e si sente, disperato al pensiero di una solitudine così conscia e matura dell’importante presenza di lei.
La storia si ripete, sempre quella, solo l’angolo d‘osservazione prorompe a un diverso grado e lì la bellezza è tale da fermarci di fronte a quel che si percepisce come palpabile e che, se pur detto, o cantato da un altro, è già dentro di noi.
Mi fa piacere non poco, e meglio tardi che mai, percepire questo addivenire di Jovanotti.
Certo, non inventa nulla, caso mai ritorna all’idea di una voce e un pianoforte… poi l’accenno di una quadratura ritmica italiana e di uno scontato uso degli archi (neanche veri), ne più ne meno come prima di lui a decine già negli anni ’70… nel testo però… si sente il cuore… tanto che tutto sarebbe forse stato ancor più bello, fosse anche stato solo voce e pianoforte. |