Clicca
qui per stampare questo articolo
|
23 ottobre 2008
Il nuovo direttore artistico per la sezione musica della Biennale
di Venezia, Luca Francesconi, con un‘intervista molto
interessante, ma soprattutto sincera ed illuminante, pubblicata
sul Corriere della Sera del 30 settembre scorso, fa una disamina
molto critica e schietta sul livello di attenzione che la
complessa società moderna, soprattutto in Italia, ha
nei confronti della musica.
Finalmente e senza tanti giri di parole dichiara che la musica
rock è finita da un pezzo e che l’unico a salvarsi
dopo Jimi Hendrix è Frank Zappa. Tutto il resto, aggiungo
io, soprattutto nel rock e nel pop, sono solo fenomeni passeggeri
creati dall’industria, quasi sempre multinazionale,
del disco.
Francesconi aggiunge anche: “…ma anche Brian Eno
e i Police, sono con Stravinsky, Berio e Stockhausen la vera
musica classica degli ultimi 50 anni». E anche quando
gli viene chiesto dei Beatles replica: «Sono molto più
colti del 90 per cento dei compositori italiani che conosco».
E quando l’intervistatore fa esplicito riferimento alla
eredità della tradizione classica viennese egli risponde
che fin quando sono esistite grandi personalità come
Boulez o Nono, quel tipo di linguaggio forniva grandi risultati.
E’ nella più attuale contemporaneità che
si sono generati fenomeni “ da riserva indiana”
assolutamente inutili. E aggiunge: Esiste però una
nuova musica di segno opposto, per niente esoterica, che va
alla grande. «E' la finta "classica", sul
genere di Allevi o Einaudi, che arrangia il già noto
ed è fatta solo per vendere. L' accademia del paleomodernismo
che pretende di esaurire quanto succede nell' alveo della
cultura dominante. E' la riprova della perdita del potere
magico della musica, sempre più ridotta a far tappezzeria,
a non disturbare. Merce da confortevole supermercato. Oppure,
musica da discoteca che non pretende di esser ascoltata perché
deve solo stordire. Ma il peggio è la musica autistica:
l' ascolto in cuffia che chiude i giovani in bozzoli isolati
dal mondo».
E sottolinea che non si può paragonare Montale a De
Andrè e meno ancora a De Gregori… insomma dice…
attenzione a non fare confusione, distinguere e saper distinguere
è sempre bene.
Ma soprattutto, più avanti nell’articolo dell’intervista,
pone l’accento sulla musica etnica, sul ritorno assolutamente
necessario alle nostre origini e quindi alla nostra cultura
o almeno al recupero della loro conoscenza.
Perché in effetti, ammettiamolo serenamente, la maggior
parte dei nomi che oggi ci vengono proposti, in ogni genere
musicale, spesso e volentieri non hanno studiato neanche un
rigo… ma badate, questo sarebbe niente… gli autodidatti
ci hanno sempre riservato belle sorprese… ma sono appunto
autodidatti, cioè persone che comunque hanno studiato,
magari compiendo un percorso alternativo, ma hanno studiato
anche loro o magari comunque hanno cercato di studiare e di
approfondire cammin facendo. Chi direbbe che Lennon e McCartney
erano patiti di Bach e Palestrina; eppure lo sono diventati,
sin da molto giovani.
Siamo nell’era dei “nati saputi”, dove la
commercialità più deleteria impera e specula.
E se oggi la musica potrebbe essere finita, così come
dice Francesconi (io onestamente spero ancora proprio di no),
non è solo per il tipo di sfruttamento che passa dai
mezzi di comunicazione che l’hanno asservita a proprio
sottofondo ideale onde solo poter vendere cose completamente
diverse, ma per la mancanza di quel ruolo sociale che la musica
ha sempre avuto e che oggi è completamente disatteso.
Mi riferisco anche al rock, al pop, alla nostra musica leggera
e sicuramente certo anche alla classica. E un ruolo sociale,
per la musica, oggi, si può recuperare solo ricominciando
a produrre guardando al meglio di quello che sta alle nostre
spalle.
Perché ci sia di leva.
L’errore sta nella progressiva cancellazione di quello
che è stato il nostro passato. Si persevera poi continuando
a togliere risorse economiche alla musica, soprattutto in
Italia. Chissà perché si aiuta e si investe
nel teatro, nel cinema, giustamente sottolineando che quella
è cultura ma come se altrettanto non fosse così
per la nostra musica in genere.
Tanto è che per la musica non ci sono mai soldi, pochi
per gli enti lirici e per le orchestre, nulla per la musica
nelle scuole.
Per leggere on line tutto l’articolo
citato: http://archiviostorico.corriere.it/2008/settembre/30/musica_finita_co_9_080930108.shtml
|