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29 ottobre 2008
Le major vogliono arraffare
quanto più denaro è possibile dal "nuovo"
business del broadcasting musicale, ma gli scarsi profitti
e le loro richieste stanno spingendo sull'orlo del baratro
piccoli e grandi player di settore, complice una recessione
economica che certo non aiuta.
Anche se major e radioweb si accorderanno davvero, come sembrano
prossimi, per una riduzione delle royalty sulla musica trasmessa,
il destino di Pandora e delle altre emittenti non è
radioso. Il settore della musica in formato digitale è
in pieno fermento da quando la Copyright Royalty Board statunitense
ha deciso, nel marzo dell'anno scorso, di aumentare progressivamente
i diritti da corrispondere per la diffusione autorizzata dei
contenuti protetti in rete.
Persino Apple, che con il suo iTunes rappresenta l'unico vero
caso di successo del digital delivery musicale, ha minacciato
di chiudere i battenti - ed eliminare una fonte di ricavi
estremamente importante per talune etichette - se gestire
il business dovesse divenire meno conveniente.
Secondo le anticipazioni del New York Times si sarebbe infine
fatta strada una qualche ragionevolezza sulle royalty, e un
accordo dovrebbe essere firmato prima del febbraio 2009, termine
oltre la quale i costi di webcasting diventerebbero insopportabili
per le piccole e le grandi realtà di settore.
Il problema, a questo punto, è che anche con royalty
inferiori è dura, durissima incamerare sufficienti
ricavi per pagare le spese. "La maggior parte degli operatori
non ha sufficiente audience per generare il tipo di guadagni
che servirebbe loro per coprire le spese" avverte Dave
Van Dyke, presidente della società Bridge Ratings,
specializzata nelle analisi del settore radiofonico.
Il modello di business delle radio online così com'è
attualmente, "assolutamente insostenibile" come
dice il founder di Pandora Tim Westergren, prevede di pagare
i diritti per ogni singola canzone trasmessa in streaming,
ed è un pianeta alieno in confronto a quello dei broadcaster
satellitari a cui è richiesto "solo" di pagare
il 6% dei propri ricavi senza star lì a contare ogni
brano, e soprattutto rispetto alle radio tradizionali via
etere, a cui viene concesso il solo diritto-dovere di "fare
pubblicità" ai contenuti musicali.
Le soluzioni adottate sino a ora per aumentare i ricavi si
sono rivelate praticamente inutili per l'intero settore: l'advertising
visualizzato nel browser (come quello di Pandora) conta zero
per gli utenti, abituati a minimizzare la finestra o a passare
a una scheda di navigazione differente una volta stabilita
la connessione, e chi ha provato a infilare pubblicità
nelle trasmissioni stesse ha ricevuto solo lamentele.
Qualcuno prova a chiedere direttamente agli utenti di essere
supportato economicamente: SomaFM, una web radio che trasmette
da San Francisco seguita da 450mila ascoltatori, guadagna
molto più dalle donazioni dei fan piuttosto che infilando
advertising nelle trasmissioni dei suoi 14 canali musicali.
L'insostenibilità del sistema è ancora maggiore
per i pesi massimi del web: società come Yahoo! e AOL
si trovano nella situazione di dover desiderare un numero
di ascoltatori non eccessivo, perché all'aumentare
dei suddetti aumentano a dismisura anche i diritti da corrispondere
alle larghe fauci delle major e anche in questo caso l'advertising
si dimostra un canale di guadagno insufficiente.
Se non cambia completamente l'atteggiamento dell'industria
dei contenuti, avvertono gli analisti, a perderci saranno
solo e soltanto loro: chiusa Pandora e le altre, avvertono
da Benchmark Capital, i 54 milioni di ascoltatori delle webradio
"continueranno ad ascoltare musica gratis", limitandosi
"ad andare dove le major non vengono pagate".
La scelta, in quest'ultimo caso, è sterminata.
(Punto-informatico)
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