Clicca
qui per stampare questo articolo |
1 ottobre 2008
La radio è un media che non finisce mai
di sorprenderci. Esiste da tanto tempo ma riesce continuamente
a trasformarsi, a cambiare le sue caratteristiche e a stare
al passo con i tempi. Adesso anche i grandi marchi internazionali
come Mc Donald o gruppi finanziari come Intesa SanPaolo ne
possiedono una. Una presenza discreta ma continua che ci fa
compagnia mentre aspettiamo in fila il pasto o siamo allo
sportello della banca per cambiare un assegno.
Si, la radio è un media sorprendente.
Una recente indagine del Censis, istituto specializzato nella
rilevazione dei comportamenti delle famiglie italiane, metteva
la radio al terzo posto della piramide dei consumi di comunicazione.
Una “medaglia di bronzo” conquistata
subito dopo il colosso storico della comunicazione di massa,
la televisione, e subito dopo il media emergente per eccellenza:
il cellulare. La radio si porta appresso, consente di dialogare,
è oggi trasversale a tanti media. La puoi trovare infatti
sull’Mp3, sul computer, sul cellulare, oltre che naturalmente
in qualche apparecchio-scatola classica, magari di design
un po’retrò.
E’ una fenice che risorge continuamente
dalle ceneri e che adesso, addirittura, ammalia i grandi brand,
che decidono di produrne i contenuti in proprio. Tempo fa
un cantautore, Eugenio Finardi, scrisse una bella canzone
che, tra l’altro, diceva “amo la radio perché
entra nelle case della gente…perché libera la
mente”, più o meno. Erano i tempi delle contestazioni
studentesche e della creatività in grado di contagiare
anche i media.
Oggi, la festa è finita e anche la radio,
deve fare marketing (non solo con la pubblicità, questo
lo fa già da tempo, con insistenza). Dalla controinformazione
alla brand-infomation?
(Prima)
|