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13 dicembre 2007
"Avevo sedici anni ero timido nei panni di un ribelle
visto alla televisione, ma la forza dell'amore la conoscevo
già". Cosi cantava Eugenio Finardi e forse non
potrei trovare parole migliori per descrivere come ero io
nel 1992 in quel di Raffadali.Erano tempi diversi, non esistevano
quasi i cellulari ed internet era futuro remoto. Io, cresciuto
a pane e PCI, coltivavo la mia voglia di evasione più
sulle pagine di Zagor e Mister No che sui quotidiani nazionali.I
soldi in tasca erano pochi, chi possedeva una Vespa 50 era
un privilegiato. La vita dei ragazzi del mio paese si estendeva
tra Busine e Lupo Nero (gli equivalenti raffadalesi della
famosa "tra la Via Emilia e il West" di Guccini).Per
sognare bastavano le pagine di un libro o una scampagnata
con gli amici.Da li a poco avrei però conosciuto un'altro
mezzo per coltivare illusioni e realizzare speranze: la Radio.
Dico l'assoluta verità: non entrai a Radio Popolare
Raffadali per grande trasporto morale, ma perché mi
piaceva una ragazza. Un tappetto biondo tutto pepe. Preparai
insieme agli amici di sempre, Paolo e Osvaldo Vizzi, un programma
dal titolo impronunciabile:"JazzRockBarokTrasgressalFunkProgressivo".Fu
un successo e cominciai così la mia avventura in etere.
Dentro quelle mura di via Macello imparai che la parola è
un respiro che sa carezzare l'anima ma nello stesso tempo
può far male. Eravamo tutti uguali dietro al microfono,
non vi erano ricchi e poveri,belli o brutti, ma ragazzi e
ragazze che avevano qualcosa da dire. In quell'esperienza
nacquero amicizie incredibili, amori e odi. Io diedi il mio
primo bacio sulle note di Hotel California (non perché
mi piacesse il pezzo, ma perché durava tanto e mi permetteva
di abbandonare lo studio).La sera, dopo la chiusura delle
trasmissioni,il giardino che costeggiava lo studio diventava
palestra d'idee e di crescita, ma anche e più semplicemente
luogo per stare insieme. Era un estate calda in Sicilia, in
tutti i sensi. La bomba che uccise Falcone ci colse impreparati,
ci rese interdetti. Troppo giovani per capire cosa era successo.Quella
che uccise Borsellino invece restò un tatuaggio nell'anima
di ognuno di noi .Lo ricordo come se fosse ora .Arrivata la
notizia crollai dentro uno scatolo di cartone posto davanti
l'unico pub del paese. Restai lì per ore, senza riuscire
a dire nulla. Con lo sguardo perso nel vuoto, disturbato dalle
luminarie che ricordavano a tutti che era la festa patronale
del paese. Chiedemmo, dai microfono della radio, all'allora
arciprete di non far svolgere i giochi pirotecnici quella
sera. Non c'era nulla da festeggiare. Il delegato di Dio ci
rispose che la sua morale gli imponeva di continuare la festa
(la stessa morale che alcuni mesi dopo gli impose di lasciare
la tunica per fuggire con la fidanzata del suo migliore amico).In
quel momento all'indifferenza generale si oppose solo la radio.
Da lì a poco tutti ci diedero ragione e sboccio la
primavera siciliana. Perchè la radio è l'alveo
naturale per trasmettere le passioni e le parole di chi non
ha voce, che amplifica in maniera unica i pensieri ed i concetti,
che rende le pulsioni parole e le parole fiamme e serpenti
contro i potenti .La radio è libertà. Era luglio.
Nei mesi che seguirono in quella radio si formarono i ragazzi
che avrebbero animato le lotte sociali e culturali della provincia
per molti anni. Io ne coordinai le ultime battute insieme
a Salvatore Scifo e Andrea Lo Mascolo.Ci chiusero un giorno
di fine settembre. La legge Mammì incombeva, noi eravamo
diventati tanti ed avevamo incominciato anche a prendere il
brutto vizio di pensare. "Meglio spegnerli" penso
qualcuno.Quando Totò Russo il custode della casa del
popolo (che ospitava la sede della radio) ci comunicò
la chiusura, ci guardammo con Salvatore e senza parlare scegliemmo
come ultimo pezzo "show must go on" dei Queen.Lo
show deve continuare. Sono passati 15 anni da allora. Tanti
per uno che ha visto la propria vita scorrere in appena sei
lustri. Ma quelle parole "Lo show deve continuare"
sono rimaste impresse come una promessa morale nei confronti
del posto in cui ho vissuto ed in cui voglio tornare a vivere.
Nell'agosto scorso durante la festa nazionale de l'Unità
di Bologna ho ritrovato il piacere della radio, grazie a Francesco
Anzalone e Alessandro Cerra, e forse il mezzo tecnico per
mantenere quella promessa. Magari la prossima volta che parlerò
da un microfono non sarà via etere ma via Bit. Nel
mentre vi racconterò da questo sito altre storie di
radio.... semplicemente:"Amo la radio perché arriva
dalla gente,entra nelle case e ci parla direttamente,se una
radio è libera ma libera veramente,piace anche di più
perché libera la mente".
www.gaetanoalessi.blogspot.com
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