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22 novembre 2007
Anni di globalizzazione. Di azzeramento delle distanze fisiche. Di straordinari investimenti in high tech, piccole o grandi diavolerie che hanno rivoluzionato non solo i modi di comunicare, ma l’essenza stessa delle relazioni interpersonali e le umane percezioni.
Tutto a portata di mano. Tutto fruibile da tutti.
Ci si può spostare da New York a Shangai con un click. Accantonare la materialità dell’essere e vivere un sogno virtuale ad occhi aperti, senza neanche la paura di svegliarsi. Con suoni, immagini, particolari, come se si fosse lì realmente. Anzi, anche meglio della realtà. Perché ciascuno può essere come e più di se stesso.
Che ti importa di essere? Di dover mostrare la carta di identità se te ne puoi creare una ad hoc per l’occasione? Sono perché posso. Vivo perché appaio.
Poca fatica, massimo risultato.
La suggestione delle immagini, l’esibizionismo dell’animo umano, il voyeurismo dell’inconcludenza, il feticismo dell’ultima parola.
Un mix micidiale. La base della nuova comunicazione. Dei talk-show-reality della televisione che si adegua alle nuove avanguardie del gusto degli spettatori.
E allora tutti incollati al video. A vedere l’Isola dei naufraghi sconosciuti o il salotto bianco in cui Rossella O’Hara raccoglie porta a porta le promesse del giorno dopo. A interrogarsi su quanto male possa fare la spallata di un nano ( per definizione, ad altezza inguinale…) o a giocare con un avvocato siciliano nella casetta degli orrori di Barbie.
Ma non sarà che è il gusto ad esser influenzato da ciò che viene proposto?
Troppa fatica usar la fantasia. Accorgersi di aver smarrito lo stupore fanciullesco di emozionarsi per una sfumatura, un fardello insostenibile per chi ha la sensibilità di fermarsi, ascoltare e assaporare.
Una voce, un libro, del buon jazz.
Casi rari. Da ascrivere nel libro grigio degli eventi in via di estinzione. Eppure c’è ancora qualcuno che si sforza di omaggiare la poesia della immaginazione. Di cantare usando le corde diatoniche di un’arpa medioevale, ben conscio che l’assenza dei diesis non sia una mancanza, ma una provocante sinuosità.
Librarsi tra la onde di una frequenza catturata a fatica. Che non ti permette movimenti irruenti una volta sintonizzata. Anche se, in realtà, uno sblatero può acquisire un suo fascino nell’armonia del silenzio rotto da quella voce trasognante.
Già il silenzio. Perché è la notte la casa del cantastorie radiofonico. E anche in modalità podcasting, rigorosamente di notte.
La notte, il silenzio, la quiete.
Una radio, una storia, un libro.
Un sussulto di romanticismo.
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