Se il documentario è fatto di suoni    di Andrea Giuseppini


8 novembre 2007
Attraverso il sito internet www.radioparole.it, da quattro anni portiamo avanti un progetto ambizioso: produrre in maniera indipendente radiodocumentari. Ambizioso perché, come ben sappiamo, il radiodocumentario non gode, nel nostro paese, di buona salute.
Se ce ne fosse bisogno, un modo per trovare una conferma a quanto appena detto può essere quello di scorrere la lista dei partecipanti e dei vincitori a due importanti competizioni dedicate tra l’altro al radiodocumentario: il Prix Europa e il Prix Italia. Nella manifestazione berlinese, che si tiene a partire dal 1987, non è mai stato selezionato un audiodocumentario italiano. Riguardo al Prix Italia, se si esclude una menzione speciale assegnata nell’edizione del 2000 a Morbus Terribilis di Gianluca Nicoletti, per trovare dei radiodocumentari italiani tra i vincitori bisogna riandare agli anni ’50 e ’60.
Se anziché guardare ai premi si prendono in considerazione i palinsesti delle emittenti radiofoniche italiane, la situazione non cambia di molto. Da diversi anni il servizio pubblico radiofonico non riserva al documentario alcuno spazio. Dei programmi, pochissimi per la verità, si occupano di storie di vita e marginalità, ma con una forma e una durata che difficilmente potremmo accostare a quella di un documentario.
Se la radio pubblica non si interessa più a questo genere, il resto dell’emittenza nazionale non è da meno. L’unica stazione che presenta nel proprio palinsesto documentari sonori è Radio24. In onda ogni fine settimana, il programma “Radiodoc” fa ascoltare o reportage realizzati dai redattori della radio, o documentari di ricostruzione storica. In questo ultimo caso, la nostra impressione è che si tratti di una versione radiofonica di documentari realizzati per la televisione. In altre parole, quello che viene trasmesso e spacciato come radiodocumentario sembra essere in realtà la parte sonora di un documentario visivo. Con buona pace di quanti teorizzano o praticano la specificità dei diversi linguaggi.
Qualcuno potrebbe obiettare che la scomparsa del radiodocumentario è fisiologica. In un mondo comunicativo dominato dalle immagini e dai ritmi sempre più veloci, una lunga narrazione sonora non ha più motivo di esistere. Ma se così fosse, perché allora la maggior parte delle radio pubbliche continua a produrre radiodocumentari?  
Senza farci troppo scoraggiare dagli esperti di comunicazione o dai responsabili dei palinsesti, in questi anni abbiamo provato a produrre e distribuire in maniera indipendente alcuni radiodocumentari. Oggi, sul sito di radioparole presentiamo otto diversi lavori e altri ne abbiamo in cantiere. Il primo documentario sonoro che abbiamo realizzato cerca di ricostruire, attraverso interviste originali e materiale di repertorio, la storia del processo che si tenne a Trieste nel 1976 in cui furono giudicati alcuni dei responsabili dei crimini commessi nella Risiera di San Sabba, l’unico campo di concentramento con forno crematorio fatto costruire dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale nell’Italia occupata. Gli altri radio documentari si occupano ancora di storia, ma anche di immigrazione, di filosofia, di industrie e inquinamento.
Sul sito si possono inoltre trovare alcune informazioni e risorse utili a chi volesse in qualche modo intraprendere la strada dell’autore e produttore indipendente di radio documentari. Una specie che ancora non si è estinta del tutto.

 


IDEERADIO è un progetto di Francesco Anzalone per ARTICOLO 21