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Il primo album di Vasco Rossi è del 1978 e si intitolava “Ma cosa vuoi che sia una canzone”. Le radio di allora mandarono senza tanto convincimento il brano “La nostra relazione” ma solo l’anno successivo con “Albachiara” e “Fegato, fegato spappolato” Vasco prendeva piede sempre di più e quel successivo album (“Non siamo mica gli americani”), la diceva già lunga sul personaggio che di lì a poco sarebbe incontrovertibilmente esploso.
Cosa c’era in classifica, in quell’anno?
A rileggere oggi la classifica italiana di quell’anno c’è letteralmente da impressionarsi.
Sì, c’era ovviamente anche la musica straniera ed i Bee Gees dominavano con la febbre del sabato sera così come Donna Summer e Barry White (se volete farvi un giro per scorrere alcuni titoli e interpreti, sia italiani che stranieri in classifica quell’anno vi segnalo i siti web http://xoomer.alice.it/dbrandim/hit.html; http://www.pagine70.com/hit/hit-parade1978.htm; http://www.hitparadeitalia.it/voli/articoli/ch781126.htm ) ma il panorama era, concettualmente da oggi, quasi a trenta anni di distanza, completamente diverso. Soprattutto c’erano personaggi che erano il frutto dell’impronta radiofonica di quel periodo. Sanremo poi, in quel momento, era forse meno influente di oggi e così accadeva che personaggi come Anna Oxa, Leano Morelli (oggi completamente dimenticato), Alan Sorrenti, Franco Simone, Pierangelo Bertoli, Ivano Fossati o Eugenio Finardi… trovavano “spazio” e buona accoglienza tra la gente.
Il parallelo non vuole essere su quale musica era più bella o migliore. Il parallelo, caso mai, deve essere sul contesto intorno al quale o al centro del quale, la musica italiana si produceva e si commercializzava. E qui, la discussione è anche sul ruolo che la musica aveva, ha, deve e/o dovrebbe avere, nell’emittenza radiofonica.
Il problema, secondo me, è che è venuta man mano sempre meno, sia nella produzione discografica (soprattutto all’interno delle major), ma anche tra coloro che (con molta presunzione), si ritengono i “decisori” dei palinsesti e delle scelte musicali radiofoniche, la cultura musicale, quella intesa come consapevole capacità di distinzione, capace di saper anche distinguere che il pubblico è vario, va rispettato, compreso, divertito, aiutato, fidelizzato e che spesso, emozionalmente parlando, la musica è una fuga… una piccola dose di un qualcosa che ci aiuta a vivere. C’è naturalmente anche la bellezza, intesa proprio come estetica, estetica della musica ma è importante anche una sua semplicità che però troppo spesso confondiamo con la “popolanità”… che non credo sia giusto finire con lo scansare come se emanasse cattivo odore.
In musica c’è sempre stato, per ogni periodo storico, chi ha amato e professato quella colta e chi ha… diciamo, “massificato” in diversa direzione.
In quegli anni, ebbi modo di incontrare Roul Casadei e nel corso di una cena gli dissi tranquillamente che “…se avessi avuto il porto d’armi, in Italia, non si sarebbe più sentito il liscio…”! Lui mi rispose sorridendo con l’inconfondibile accento romagnolo: “… mo tu perché non lo sai ballare!!”. Aveva ragione! Col tempo mi è capitato più volte di sorridere nel vedere i visi divertiti e festanti di tante attempate persone (ma anche di molto giovani), intente a vivere nel ritmo di un valzer o di una mazurca. Quanti musi scuri e veramente incazzati, ho veduto invece nelle discoteche dei giovanissimi.
E un altro esempio di vita vissuta, di quando le radio private erano, in certi momenti della giornata, ancora quelle con le dediche o i brani richiesti al telefono: nel presentare per l’appunto una richiesta, la canzone di Roberto Soffici “Io ti voglio tanto bene”, scherzai su quello che mi aveva detto chi me lo aveva richiesto… Chissà perché immaginai e, quindi lo dissi, che magari c’era qualcuno, ancora così presente, che emozionava il cuore di quell’ascoltatrice… Mi richiamò, e non fù per riprendermi, ma per dirmi serenamente che quella era la canzone che cantava sempre il suo bambino di quattro anni e che lui, purtroppo, non c’era più!
Quasi tutta la musica italiana di quel periodo non era prodotta dagli stessi interpreti. Altre figure, di autori e/o arrangiatori, critici o musicologi, fungevano da registi ai dischi dell’epoca: Alessandro Colombini per “Sotto il segno dei pesci” di Venditti e poi per l’album di Lucio Dalla (quello di “Caro amico ti scrivo…”, Ivano Fossati per Patty Pravo (Pensiero stupendo), Rodolfo Bianchi per Claudio Baglioni (E tu come stai), Roberto Vecchioni lavora con l’inseparabile Mauro Paoluzzi, Roberto Conrado per Renato Zero, Angelo Branduardi con Maurizio Fabrizio, Riccardo Cocciante con Giacomo Tosti e Marco Luberti… e questo solo per citarne alcuni. Che dire allora, per fare un altro esempio… di un Roberto Vecchioni a ragione ritenuto da tutti tra i nostri migliori se ci ricordassimo delle canzoni da lui scritte e prodotte per “I nuovi angeli”, per gli “Homo Sapiens” e poi anche con e per il bravissimo Renato Pareti.
Quindi, gli artisti erano meno egocentrici e costruivano di più insieme agli altri… spesso acquisendo visioni e ricercando situazioni più condivisibili, dall’altro canto, nelle radio, c’era chi ascoltava veramente i dischi e “cercava”, tra la musica, le parole e gli arrangiamenti oltre i solchi degli indimenticabili vinili.
In fondo allora,“Ma cosa vuoi che sia una canzone”… se non ci regala un respiro emozionante, magari di vita quotidiana un po’ vibrante… la piccola fuga verso il nostro piccolo grande sogno ma palpabile e da rincorrere istintivamente.
Vasco lo sa, molto bene, e imperterrito, alla faccia delle più autentiche e vere connotazioni culturali che il rock ha simbolicamente rappresentato… ci regala canzoni in linea melodica come si facevano nella più tipica tradizione della musica italiana degli anni ’60. Cambia solo il vestito, fatto di arrangiamenti di chitarre “grosse” e ritmiche dure.
Arbore direbbe: “Meditate gente, meditate…”.
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