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18 dicembre 2007
Ho un’amica, tra le più care, che quando ci soffermiamo a commentare un fatto, a parlare dell’attualità politica o della cronaca, tende puntualmente a suffragare le sue tesi con un perentorio “l’ha detto la Tv”, quasi a voler dare a questa espressione il valore alto dei Testi Sacri che contengono la verità rivelata.
Mettendo da parte l’appassionata partecipazione con cui seguitiamo alle nostre discussioni e facendo una riflessione asettica dalla animosità che ferve in quei momenti, penso che quell’espressione di fiducia nel mezzo televisivo contenga, a ben vedere, una parte dello spirito che ha permesso alla Tv di diventare il componente aggiunto della gran parte delle famiglie italiane dal dopoguerra ad oggi. Un ospite fisso nelle case di noi tutti.
Già, perché è indubbio che la Tv sia ancora oggi il mezzo di comunicazione e di informazione più utilizzato.
Intrisi di insopportabile retorica, studi sociologici hanno dimostrato come essa svolse uno straordinario ruolo nell’Italia post-bellica. Contribuì all’alfabetizzazione di un Paese disperato e poco scolarizzato. Ebbe una funzione coagulante tra i linguaggi e le diverse sensibilità culturali che lo attraversavano. Assunse un ruolo di status nell’Italia del miracolo economico.
Per la sua tempestività e immediatezza di linguaggio, fruibile da tutti, intere generazioni ne hanno riconosciuto l’autorevolezza, quasi si creasse quel legame di reciproca fiducia che nel tempo nasce e cresce tra i vicini di casa, che dapprima si guardano con reciproco sospetto, e, dopo qualche mese, si scambiano l’un con l’altro le chiavi di casa perché “non si sa mai!”.
Poi l’avvento delle Tv commerciali e qualcosa comincia a cambiare. Calimero lascia spazio all’omino in bicicletta con il ‘grande pennello’. La pubblicità acquista un ruolo predominante nei palinsesti, mostrando la più irriverente disinvoltura nell’interrompere qualsiasi programma in onda, senza particolari convenevoli verso i trepidanti spettatori di un avvincente film d’azione. Si conserva implicitamente solo quel “dopo Carosello, tutti a letto”, non fosse altro perché, tra un’interruzione e l’altra, il film è finito a mezzanotte e mezza e l’indomani si rischia di non sentire la sveglia. Insomma. Il vicino di casa non ti è più tanto simpatico ma non sai più come chiedergli indietro le chiavi di casa.
Se poi il suadente canto della pubblicità ti ha anche indotto a cedere ad una cleptomane smania di fare incetta di prodotti inutili, allora il vicino lo odi proprio!
Ad avvalorare l’idea che nei condomini si fa sempre più fatica a mantenere rapporti di reciproca fiducia, i dati del 16° Osservatorio Demos-Coop sul Capitale sociale, dedicato in questa edizione al rapporto tra informazione e società. Nel sondaggio riportato da La Repubblica del 26 Novembre 2007, emerge come il 94% della popolazione italiana utilizzi la televisione come principale strumento di informazione, seguita dai quotidiani (63%) e dalla radio (61%), almeno per ciò che riguarda l’apprendimento della notizia. Considerevole anche il dato riguardante i new media, internet (39%) e Tv digitale (29%).
Ma il dato più interessante dell’indagine, a mio avviso, riguarda la fiducia riposta nello strumento televisivo, ferma ad un misero 30%. In altre parole, pur essendo di gran lunga il mezzo più diffuso, la gente ritiene che la Tv non sia affidabile circa il messaggio informativo che trasmette. Più credibili i quotidiani (38%) e internet (36%), ma sopratutto la radio, che con il suo 60% è indubbiamente incontrastata regina della fiducia degli italiani.
Certo, stante il diffuso apprezzamento che emerge dal sondaggio per programmi quali Striscia la Notizia e le Iene che, pur essendo format di intrattenimento, finiscono per fare meritorie e circostanziate inchieste giornalistiche, c’è da chiedersi quanto la fiducia lasci il passo alla sfiducia verso i tradizionali mezzi di informazione.
Mi spiego meglio.
È in dubbio che da almeno un quindicennio la Tv sia divenuta il teatro principale del confronto e dello scontro politico. Tutti alla ricerca di una poltrona televisiva in cui riversare la propria sete di visibilità, in cui far sfoggio del proprio distinguo, alla ricerca di quello zero-vigola-qualcosa che, in un Paese che ogni anno, tra Politiche, Europee e Amministrative varie, va ad elezioni, può consentire un maggior grado di incidenza nell’azione di Governo. O di ricatto, che dir si voglia.
È lo stesso Ilvo Diamanti a sottolineare come la televisione abbia la forza di poter raggiungere tutti, compresi quegli elettori apatici, mobili ed incerti, che tendono a decidere il proprio voto solo negli ultimi giorni, divenendo il vero ago della bilancia tra i due schieramenti.
E ciò è vero sempre, non solo perché il nostro è un Paese in perenne campagna elettorale, ma perché un sistema politico-istituzionale particolarmente fragile non fa che accrescere il ruolo della tivù. Cade il Governo. Ci sarà la ‘spallata’. Centrosinistra diviso. Compravendita di Senatori. Tutti davanti alla Tv.
A rivedere quelle compassate Tribune Politiche di una televisione in bianco e nero, viene un po’ da sorridere. Non una donna. Inquadratura fissa sulla faccia tesa dell’onorevole oratore. Chi interveniva in quelle trasmissione lo faceva con la consapevolezza di rappresentare il partito che aveva alla spalle e le persone che nell’ombra prestavano il proprio volontario contributo. Era percepibile, nella rigidità di quegli uomini politici, il peso di stare davanti a una telecamera, quasi si sentissero imbarazzati nell’entrare nei salotti delle case degli italiani.
Sparite quelle compassate trasmissioni di servizio pubblico - e spariti quegli uomini politici protagonisti di un’austera sobrietà istituzionale e morale -, ci siamo assuefatti alla concezione della politica come spettacolo, in cui i nostri rappresentanti cercano di divenirne attori. Protagonisti ove possibile, comparse per necessità.
Il che – come acutamente rimarca Diamanti – non fa che accrescere il solco tra la politica racchiusa nella “realtà mediale” e la società che vive nella “realtà reale”.
In tale scenario, un macigno al centro di una stradina stretta e affollata.
Un elemento che fa da raccordo tra il bipolarismo politico e il bipolarismo mediatico.
Il conflitto di interessi.
Anche facile da spigare.
Non c’è alcun confitto. Restano solo gli Interressi.
La televisione è l’emblema dell’intreccio tra politica e interessi (non solo economici). La fiducia degli italiani nella scatola che arreda i nostri salotti è bassa come quella verso le Istituzioni e la classe politica, mentre più ampia è quella verso altri mezzi di informazione, dove quei legami inevitabilmente ci sono, ma sono percepiti come meno pressanti e oppressivi.
Anche per questo, in ogni voto di fiducia in bilico al Senato, la mia tivù resta spenta, le dita incrociate e ascolto alla radio in silenziosa attesa l’esito della votazione.
Questione di fiducia. |