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29 novembre 2007
La musica in radio è tale solo perché si innesca un rapporto “interpersonale” tra il programmatore e/o conduttore e l’ascoltatore.
Lo definisco così: interpersonale, perché di fatto, indipendentemente dalla logica, dalla strategia e dal gusto più o meno buono, è questo quel fenomeno che mette “in comunicazione”, attraverso il mezzo radiofonico due o più entità umane. Il canale, tra questi, rimane in tensione fin quando il ricevente ( l’ascoltatore), non decide di spingere il comando della sintonia e cambiare canale… allora significa che qualcosa si è interrotto, quel rapporto “interpersonale” viene meno e, anche attraverso la musica o la scelta di una musica, la possibilità di dialogo viene meno.
E’ difficile avere la capacità e la possibilità di mettere tutti d’accordo o, almeno, di mettere d’accordo il maggior numero di persone possibile.
In tutto questo è difficile riuscire a determinare quello che noi definiamo in gergo quasi tecnico, un audience interessante. E la capacità di riuscirci non è da tutti… anche perchè alla fine è, sempre nel bene e nel male, sotto gli occhi (e gli orecchi aggiungo io), di tutti.
Tutto questo “giro di parole”, per arrivare a una domanda, che se magari non è la chiave di volta del “mistero” radio, è sicuramente uno dei quesiti da non dover trascurare.
Che cosa fa audience ?
L’informazione più della musica o viceversa… oppure l’intrattenimento da mattatore quasi cabarettistico più della diretta sportiva o di cronaca…
Le disquisizioni e i discernimenti su questi temi, possono portarci molto lontano e su diverse e distanti posizioni che alla fine potrebbero essere tutte legittime ma su di una, in particolare, mi corre il piacere e l’obbligo di soffermarmi.
Ed è quello che dal momento in cui, in Italia, una volta rotto il meccanismo del monopolio radiofonico da parte della RAI e affermatosi il successo dell’emittenza privata (libera, come più velleitariamente veniva inizialmente definita), alla spinta prevalentemente “passionale”, che era stato il vero motore di questo grande successo, ha finito con il prevalere l’esigenza e la sudditanza proveniente dalla necessaria pianificazione pubblicitaria.
Parliamoci chiaro, e chi come me ha vissuto in pieno quel momento a cavallo degli anni settanta, può confermare la cosa, le prime radio, al di la delle diverse anche connotazioni politiche, avevano quale principale supporto alla loro programmazione giornaliera… la musica.
Sembrano ormai una leggenda le radio in onde medie come Radio Luxemburg, Radio Monte Carlo o come quella che trasmetteva da una nave in acque internazionali per non essere “imbavagliata” che se non sbaglio si chiamava… ma sì… era Radio Veronica… e c’era il mitico Federico Olandese Volante… e parliamo degli anni tra il 1965 ed il 1971.
Ebbene, si ascoltavano quelle radio perché trasmettevano la musica che la radio italiana (RAI), di allora, censurava o ignorava quasi completamente. Il grandissimo successo di Radio Monte Carlo era dovuto al fatto che con conduzioni estremamente garbate, veloci e intelligenti si programmavano brani musicali veramente belli ed improntati al cosiddetto “easy-listening”, tanto da divenire in poco tempo l’emittente, per antonomasia, dell’estate e delle spiagge.
Soprattutto c’era una tecnica, che oggi nessuno nelle radio tiene più in considerazione e che riferita alla ritmica nelle sequenze dei brani si definiva: “l’onda”.
Può sembrare strano ma era questo semplice accorgimento che favoriva l’ascolto anche di un brano che magari ai più in quel momento poteva non essere proprio graditissimo… ma che consentiva comunque di “restare lì”… perché poi si risaliva o… si riscendeva.
Era un onda, appunto… e come tale consentiva di cercare di accontentare tutti.
Poi sono arrivate le case discografiche e non con le logiche dell’ascolto ma con le logiche della vendita ed hanno immancabilmente trovato terreno fertile grazie agli approvvigionamenti economici che più o meno ufficialmente, più o meno legalmente e più o meno personalmente sono riusciti ad iniettare nell’emittenza privata italiana. Ma hanno innescato un meccanismo, come dico io, a nodo di cravatta che, come tutte le cravatte, se lo stringi troppo, poi ti strangola.
Così è accaduto che chi aveva più soldi da spendere per mandare in onda un disco, di fatto influenzava il mercato per vendere di più… non importava che un disco fosse bello o che fosse quello che piaceva alla gente.
Lo si imponeva, e basta e, sempre per imposizione, lo si finiva per vendere.
Nessuno, un po’ per ignoranza musicale e comodità, all’interno delle emittenti (nelle maggiori emittenti), osava sottrarsi… non fosse altro per gli oggettivi vantaggi che ne sono derivati.
Anzi, devo ammettere che con il tempo, nelle stesse emittenti e da parte dei cosiddetti “decisori”, l’ignoranza musicale ha finito con il prevalere a tutto vantaggio di ben altri fini.
E così si è finiti a dover necessariamente ascoltare, senza più grandi diversità tra un emittente e l’altra, le stesse identiche canzoni in onda negli stessi identici momenti e sempre quelle… per più volte al giorno (come gli spot pubblicitari).
Purtroppo c’è un epilogo, ed è ovvio che parlo in termini generali, escludendo le piccole e rarissime alternative.
L’epilogo è che le grandi case discografiche italiane, oggi, non esistono più!
Sono tutte inesorabilmente, una dietro l’altra, state assorbite o acquisite o “fuse” (come si dice oggi), nelle e dalle major americane e giapponesi.
La musica alla radio è, di fatto, sempre meno avvincente…; quasi sempre è solo un trattino d’unione tra una telefonata e l’altra e a solo uso e consumo di chi pilota le “play-list” stabilite a tavolino con i promoter dei grandi gruppi musicali stranieri che della musica italiana se ne stra -fregano.
Tutta la discografia indipendente del nostro paese, piegata e soggiogata da questa situazione assolutamente paradossale, produce spesso in maniera asfittica e con poca motivazione e purtroppo, se avesse anche un nuovo “Modugno” o una nuova “Yesterday” da far ascoltare e conoscere alla gente, non riuscirebbe a farla programmare in radio.
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